Frida Kahlo: L’Occultadora

di GIULIA DE VENDICTIS

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«Pensavano che anch’io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.»

A sessant’anni dalla sua morte, Roma celebra Frida Kahlo – l’artista messicana più originale e affascinante di sempre – con un’esposizione (dal 20 marzo al 31 agosto) presso le Scuderie del Quirinale.

frida_2Le sue opere, il suo stile tanto particolare e crudo, possono non piacere, ma è innegabile che trasmettano una forza e un vortice di emozioni tale da trascinare chiunque e incuriosire. Spirito ribelle e passionale, indipendente e avversa a ogni convenzione sociale: davvero mi riesce difficile non considerare la sua stessa vita un’Opera d’arte. E non se ne possono comprendere le opere, senza conoscerne la storia.

La sua carriera artistica è cominciata in seguito a un grave incidente: all’età di diciassette anni fu trafitta dalla sbarra di metallo dell’autobus su cui ritornava dai corsi di preparazione ai test di medicina – tanto caldeggiata dai genitori – insieme ad Alejandro Gomez Arias, suo primo compagno e amico. La sua spina dorsale si fratturò in tre punti nella regione lombare, il bacino rimase schiacciato, il piede destro spezzato, le pelvi rotte trapassate dal corrimano – a causa di questo, per tutta la sua vita non riuscirà a portare avanti le sue gravidanze, soffrendo di continui e lancinanti dolori e subendo ben trentadue operazioni.

Durante la conseguente – e lunga – immobilità forzata, Frida iniziò a sperimentare la pittura, che sarà la sua valvola di sfogo dalle frustrazioni e imprescindibile strumento di espressione di sé stessa (più della metà della sua produzione artistica consiste in autoritratti).

Nel 1928 conobbe Diego Rivera: il pittore più famoso del Messico rivoluzionario, il genio dei muralisti messicani, con il doppio dei suoi anni, il triplo del suo peso e una reputazione di adultero e seduttore. Frida andò a trovarlo mentre dipingeva un affresco e riuscì a farlo scendere dall’impalcatura per mostrargli i suoi quadri e chiederne un parere – cosa che lui fece prontamente commentando con un «hai talento». Da quel giorno le loro vite rimasero indissolubilmente legate; si sposarono il 21 agosto del 1929 – lui aveva 42 anni, lei 22.

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Nel 1930 Diego e Frida si trasferirono in America, dove Rivera ebbe molto successo. In questi anni Frida soffrì molto a causa del suo secondo aborto. Testimonianza del suo dolore è il quadro “Henry Ford Hospital” o “Il letto volante”, realizzato a Detroit. La troviamo su un letto d’ospedale, in un paesaggio deserto e desolante, nuda in una pozza di sangue, piangente, mentre con la mano tiene un cordone che la lega a sei strane figure. Al centro un feto: il bambino mai nato.

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Nel ’33 Diego fu chiamato a New York per realizzare un grande murale nel Rockefeller Center. L’affresco era diviso in due parti: il lato sinistro rappresentava gli Stati Uniti (uomini d’affari in festa e lavoratori disoccupati attaccati dalla polizia) e la parte destra rappresentava l’utopia marxista (lavoratori, contadini, soldati, insegnanti, madri con bambini uniti per costruire un nuovo mondo). I giornali gridarono allo scandalo e l’atmosfera si fece ostile, per poi degenerare – in occasione del primo maggio – quando Rivera trasformò il volto di un leader dei lavoratori in quello di Lenin: fu sollevato dall’incarico e l’opera venne distrutta. Le sofferenze però non erano finite.

Tornati in Messico, qualche anno dopo, Frida scoprì la relazione di Diego con sua sorella Carmen. Nonostante fosse a conoscenza della ripetuta infedeltà del marito, questo tradimento fu troppo grande da sopportare e si lasciarono. Uno dei dipinti di quell’anno, “Qualche colpo di pugnale” – basato su un fatto di cronaca –  mostra l’interno di una stanza in cui si è appena concluso un omicidio: una donna è stesa su un letto, nuda e completamente coperta di tagli. Il sangue che copre il pavimento straborda addirittura dal quadro, sporcandone la cornice; accanto a lei si notano l’assassino e due colombe che sorreggono la scritta «qualche piccola punzecchiatura»: parole che l’uomo disse al giudice per difendersi. Nel suo libro, Herrera riporta una frase di Frida che dice di «aver sentito il bisogno di dipingere quella scena perché aveva provato simpatia per l’assassinata, dal momento che lei stessa era stata sul punto di essere “assassinata dalla vita”».

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E’ in quest’occasione che si tagliò i capelli, smise di indossare il costume da tehuana – tanto caro a Rivera – e si recò nuovamente a New York: si ritrasse con le forbici in mano, vestita da uomo, e nella parte alta del quadro, Frida scrisse con la sua bella calligrafia le parole di una canzone messicana: «Vedi se t’amavo era per i tuoi capelli; adesso che sei rapata non ti amo più».

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Negli anni successivi ebbe rapporti sentimentali con altri uomini e con donne. Iniziò a essere molto attiva anche dal punto di vista politico, acquisendo sempre più fama e indipendenza economica e nel ’43 fu persino chiamata a insegnare nella nuova scuola d’arte della pedagogia popolare e liberale, l’Esmeralda: i suoi allievi la amarono molto, tanto da autodefinirsi Los Fridos.
Nel dicembre del ’39 sposò nuovamente Diego, ma la sua salute peggiorò sempre di più: fu costretta a letto, a indossare un corpetto e, infine, le fu amputata una gamba. Morirà il 13 luglio 1954, pochi giorni dopo aver compiuto 47 anni.

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Di lei Diego Rivera scrisse «[…] è la prima volta nella storia dell’arte che una donna esprime con totale sincerità, scarnificata e, potremmo dire, tranquillamente feroce, i fatti e i particolari che riguardano esclusivamente la donna. La sua sincerità, che si potrebbe definire insieme molto tenera e crudele, la portò a dare di certi fatti la testimonianza più indiscutibile e sicura; è perciò che dipinse la sua stessa nascita, il suo allattamento, la sua crescita dentro la sua famiglia e le sue terribili sofferenze, e di ogni cosa senza permettersi mai la minima esagerazione né divergenza dai fatti precisi, mantenendosi realista e profonda, come lo è sempre il popolo messicano nella sua arte, compresi i casi in cui generalizza fatti e sentimenti, arrivando alla loro espressione cosmogonica […]».

Giulia De Vendictis

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