Jared Diamond: Quello che abbiamo dimenticato del nostro passato

di ROBERTO ZAMBIASI

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Nell’ambito di un ciclo di lezioni svoltesi ultimamente alla Luiss, nell’aula magna di viale Pola il professor Jared Diamond ha presentato, dialogando con Mario Tozzi, il suo ultimo libro Il mondo fino a ieri.Chi sia Jared Diamond non è cosa che si possa riassumere in poche righe: biologo laureato a Harvard e con PhD del Trinity College di Cambridge, professore di geografia ed Environmental history allo UCLA di Los Angeles, parla una dozzina di lingue e col suo libro Armi, acciaio e malattie, che combina storia, sociologia e scienze naturali, ha vinto il Pulitzer nel 1998.
È durante una serie di viaggi in Nuova Guinea per studi naturalistici, però, che il professore sviluppa un crescente interesse per le popolazioni tribali con cui entra in contatto, e decide di conoscerle più a fondo.
Il libro Il mondo fino a ieri è perciò una sorta di diario delle sue scoperte, e, sebbene si presenti sotto forma di saggio, è nel contempo uno straordinario racconto intessuto di tante piccole storie.
Nella sua conversazione con Mario Tozzi, anch’egli ricercatore naturalista, l’autore ha messo in luce diversi aspetti delle società tradizionali che possono ancora essere fondamentali anche per le società industrializzate come la nostra.
Uno degli aspetti emersi subito nella conversazione è stato quello dei rapporti sociali. Colpisce molto vedere come, nelle società tradizionali, anche di fronte ad un atto gravissimo come l’uccisione del proprio figlio, i genitori non cerchino prima di tutto la vendetta o la soddisfazione di quanto avvenuto, ma, piuttosto, la riconciliazione con gli assassini, perché i rapporti sociali contano più di tutto nelle società tradizionali. È capitato a un amico dell’autore, responsabile della morte accidentale di un bambino in Nuova Guinea, di trovarsi pochi giorni dopo il tragico evento allo stesso tavolo dei genitori dell’ucciso. Nel mondo occidentale moderno ciò sarebbe impensabile, le azioni legali da parte dei genitori per ottenere la condanna dell’assassino e il pagamento di un indennizzo sarebbero immediate, senza alcuna possibilità di riconciliazione.
Un altro aspetto che colpisce molto, nel confronto tra società così diverse, è l’educazione dei figli. Il professor Diamond, padre di due gemelli, si è soffermato sul fatto che, mentre nella nostra società si tende a mantenere i bambini iper protetti, a fermarli prima che possano farsi del male, e in generale a tenerli il più possibile chiusi dentro casa, nelle società tradizionali i bambini crescono insieme, all’aperto, andando alla scoperta del mondo, delle sue attrattive ma anche dei suoi pericoli. È chiaro che il grado di maturità che  questi ultimi bambini avranno a cinque o sei anni è pari a quello che i bambini occidentali avranno forse raggiunto a vent’anni.

Raccogliendo testimonianze di amici che avevano lavorato a lungo in Nuova Guinea, e i cui figli erano perciò cresciuti laggiù ma si erano poi trasferiti negli Stati Uniti, l’autore ha riscontrato un disagio unanime a vivere nel moderno Paese americano per coloro che erano cresciuti in una società così diversa. La prima cosa che li colpiva era la mancanza di libertà, le giornate pianificate e quel fatto, per noi occidentali così scontato, di comprare tutto già confezionato, giocattoli compresi.
Spesso, infatti, i bambini della Nuova Guinea si erano abituati a costruirsi da sé i propri giocattoli, ingegnandosi come potevano, col risultato, però, di avere un grado di creatività molto più alto di quello dei bambini occidentali.
Saltando poi da un argomento all’altro con una facilità sorprendente, il professore è passato a trattare un tema molto più vicino agli studenti Luiss, cioè quello economico, sviluppando un imprevedibile confronto tra l’agricoltura di sussistenza dell’altopiano peruviano e il fondo investimenti dell’università di Harvard.
Il professore, che conosce bene il prestigioso ateneo americano, ha spiegato che i gestori del suo fondo investimenti hanno avuto perdite molto pesanti durante la crisi finanziaria del 2008 perché, impegnati a massimizzare il profitto nel breve termine, hanno dimenticato quello che invece gli agricoltori peruviani sanno bene, ovvero la necessità di diversificare il rischio per diminuire le perdite. È infatti pratica comune, presso quella comunità, coltivare campi che sono lontani tra loro anche decine di chilometri, costringendoli a perdere ore e ore di lavoro ogni giorno per spostarsi da uno all’altro, ma riuscendo così ad ottenere quantità di mais sufficienti a sopravvivere anche quando i campi di una regione diventano improduttivi o sono vittime di carestie.

In conclusione, l’autore americano ha sottolineato che, più in generale, possiamo imparare ancora molto dalle società tradizionali, anche se solo per alcuni aspetti. Con una nota a margine: il contatto col mondo industriale cancella, con un ritmo sempre più rapido, le popolazioni tribali, e se oggi, nel 2014, nel mondo esistono ancora circa settemila lingue diverse, alla velocità con cui stanno scomparendo entro un secolo ne saranno rimaste circa duecento. E, si sa, perdere la lingua vuol dire perdere anche la cultura che essa porta con sé. È davvero urgente, allora, fare qualcosa se vogliamo che il nostro mondo conservi la propria memoria.

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