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Maravilhoso Brazil

di ANDREA D’ADDAZIO
Tutti hanno imparato a vedere ed a sognare il Brasile fatto di danze sfrenate, di Carnaval, di Samba, del Cristo Redentor, di calcio ad ogni costo, di spiagge. Tant’è che si è cercato di riassumerne lo spirito nel nome del pallone ufficiale dei mondiali: CaFuSa (Carneval, Futbol, Samba).
Tutti hanno letto su ogni giornale del globo del Brasile fatto di  favelas, dei meninhos da rua, della povertà e delle disuguaglianze, dell’impero di Lula, della corruzione che logora l’inarrestabile Pil, (tant’è che si è cercato di cristallizzarlo in quella B che sta all’inizio della sigla «BRICS»: Paese in via di sviluppo, livelli esponenziali di crescita, ma ancora lontano da un’occidentalizzazione vera e propria. Dopo aver letto e visto rapporti su rapporti, siamo davvero sicuri di conoscere il paese che ospiterà o Mundial tra poco più di una settimana (e le Olimpiadi tra poco più di 2 anni)?
Il Brasile è uno Stato di dimensioni colossali: basti pensare che un volo Manaus – Porto Alegre (nord-sud, per i meno pratici) dura circa 8 ore, quindi è difficilmente inquadrabile in ristretti confini. Per fortuna gran parte degli stereotipi che sono in circolazione sono assolutamente veri, perciò ognuno può dire di avere una piccolissima base da cui partire, ma o Brasil è molto altro ancora.
La diversità di questa grande nazione è da cercare nella grande e storica divisione della popolazione tra i discendenti dei coloni europei e quelli delle popolazioni locali e schiavi provenienti dall’ Africa; mentre i primi si sono limitati ad “esportare” il loro stile vita e la loro mentalità, i secondi hanno sviluppato una variegata cultura popolare, caratterizzata da una forte impronta occulta, filtrata dal cristianesimo e descritta dal romanzo Santa Barbara dei fulmini di Jorge Amado (uno dei maggiori intellettuali brasiliani del ‘900) in cui una statua della santa sembra prendere vita nell’incredulità della popolazione intera. Questo genere di cultura è maggiormente di diffuso nel Nordeste, in città come Fortaleza, Natal ma soprattutto Salvador de Bahia, un posto magico per la sua straordinaria bellezza e per l’altissimo numero di macumberas (streghe, ndr) presenti e al servizio di chiunque ne avesse bisogno di un esorcismo, di un filtro d’amore o di un rito per far ricrescere i propri capelli. 
Questo spirito mistico brasiliano incontra il pragmatismo europeo nel Grande Sul (il «Grande Sud»), dall’Ottocento meta di molti migranti europei in cerca di fortuna. Accanto a città come San Paolo (non molto dissimile da New York), Curitiba, Belo Horizonte, Cuiabá e Porto Alegre, caratterizzate da uno sviluppo culturale ed umano decisamente superiore anche quello europeo, c’è Rio De Janeiro, unica nel suo genere e fiera di definirsi una città davvero carioca; la leggenda vuole che il 9 gennaio1822 fu l’amenità di Rio (e delle sue donne) a indurre Don Pedro – reggente portoghese del Brasile – a disobbedire all’ordine di rimpatriare, impartitogli dai suoi sovrani, esclamando: «Eu fico!» («Io resto!»).
Lo stile di vita carioca non è solo divertimento e felicità, è anche la indefinibile saudade, qualcosa di triste e incompreso, qualcosa che toglie il fiato: Tom Jobim O Maestro – probabilmente il musicista brasiliano più grande – disse «nostalgia, tristezza e gioia condividono la stessa bellezza».
Il 12 giugno, al fischio d’inizio di Brasile-Croazia, non inizierà il solito Mondiale ma la festa di una nazione intera. Così grande, diversa ma coesa.

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