«Succisa virescit»: l’Abbazia di Montecassino

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“Durava ancora sul monte il culto d’Apollo, che ci aveva tempio, con intorno boschi consacrati a demoni. Benedetto va, spezza l’idolo, rovescia la mensa, e il fano e l’ara converte in oratori a San Martino e al Battista.” San Gregorio Magno (540 – 604)

A settant’anni dall’ultima distruzione (1944 – 2014) l’Abbazia di Montecassino con la sua storia, la fama culturale, la spiritualità, la forza di risorgere dalle diverse distruzioni che la colpirono, così ben rappresentata dal suo motto “succisa, virescit” (tagliata, ricresce) deve essere di grande esempio e di stimolo per le sorti dell’Italia.

Sorta sui resti di due templi e di un presidio romano, l’Abbazia di Montecassino fu fondata nel 529 da San Benedetto da Norcia, patrono d’Europa e della città di Cassino. Nel corso degli anni ha subito molteplici distruzioni: saccheggiata nel 577 dai Longobardi fu riedificata dall’abate Petronace solo per essere devastata dai Saraceni. Distrutta da un terremoto nel 1349 fu ricostruita nel ventennio successivo ancor più riccamente, abbellita da decorazioni pittoriche in stile barocco napoletano, solo per essere nuovamente rasa al suolo – per l’ultima volta – da un bombardamento aereo anglo-americano durante la Seconda Guerra Mondiale.

Era il 15 febbraio 1944. Dopo lo sbarco alleato in Italia, la caduta del regime fascista e l’occupazione tedesca della penisola, il fronte si era stabilito su una linea che andava dal golfo di Gaeta all’Adriatico, seguendo il corso dei fiumi Garigliano, Rapido e Sangro: la famosa Linea Gustav (una barriera difensiva che passava proprio per Cassino, città martire per la pace e Medaglia d’oro al Valor Militare). Il corpo alleato convinto che l’abbazia, dominando la vetta del monte, fosse usata come base strategica dai tedeschi – in realtà vi si erano rifugiati solo monaci e civili – intervenne con un pesante bombardamento aereo. Al tramonto i tedeschi occuparono le rovine, ormai divenute una perfetta postazione di difesa, riuscendo a bloccare gli alleati per molti mesi. Il sacrificio dell’abbazia si era rivelato inutile!

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San Benedetto è noto ai più per la sua “regola”, meglio conosciuta con la formula “Ora et labora”. La regola benedettina descrive un programma ben strutturato e scandito che i monaci devono seguire durante la giornata. Infatti, il monaco benedettino si stabilisce nel monastero per cercare Dio e il primo strumento di ricerca è la preghiera (ora), mentre lo studio (lege) rappresenta il momento d’incontro del monaco con Dio. Infine, il lavoro (labora) non rappresenta altro che il compimento della volontà di Dio, che gli è stata manifestata mediante la lettura divina. Eppure c’è anche un altro importantissimo documento da ricordare…

Questa Abbazia, bellissima e maestosa, è sempre stata un importante centro di cultura, tanto che il primo documento ufficiale in Volgare Italiano è conservato nella biblioteca di Montecassino. Si tratta del “Placito Cassinese”, o “Carta Capuana”, un atto giudiziario del 960 redatto dal giudice di Capua Arechisi, riguardante una lite per la proprietà di alcune terre tra il Monastero di Montecassino e un piccolo feudatario locale, Rodelgrimo d’Aquino. L’allora abate Aligerno sosteneva che le terre di cui si era appropriato Rodelgrimo appartenevano all’ordine per diritto di usu capione. Tre testimoni comparsi davanti al giudice capuano, furono chiamati a deporre sulla proprietà di quelle terre. Gli fu mostrata una carta geografica e chiesto di indicare i confini con le dita: deposero a favore del Monastero.

A quel tempo tutti i documenti erano scritti rigorosamente in latino, e lo è anche il Placito Cassinese… fino a un certo punto. Il notaio che si occupava della verbalizzazione, infatti, anziché riportare le testimonianze traducendole in latino, ha trascritto le parole dei testimoni così come le

pronunciavano – il cosiddetto volgare: «Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti» (“So che quelle terre, con quei confini che qui si descrivono, le possedette trenta anni l’ordine di San Benedetto”). Una piccola frase in un piccolo documento, ma un grandissimo tesoro per la storia della Lingua italiana.

Giulia De Vendictis

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