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Cambiare le regole del gioco per dare un senso alle nostre azioni

a cura di Nicola De Vita

 

E’ da ormai un anno che promuovo lo sviluppo di Quolit, una giovane start-up che offre servizi di e-commerce alle piccole e medie imprese italiane.
E’ da quindi un anno che ho modo di confrontarmi con il mondo del lavoro e con le difficoltà che incontra un’impresa i primi tempi (Quolit ha compiuto infatti un anno il 14 febbraio, giorno di san Valentino!); ritengo sia quindi arrivato il momento di fare un primo bilancio della mia esperienza.
Non intendo naturalmente soffermarmi sugli aspetti più tecnici del mio lavoro, né tantomeno sciorinare dati e informazioni che potrebbero annoiarvi, ciò che intendo fare in realtà è condividere semplicemente esperienze e conseguenti riflessioni maturate.
Innanzitutto cosa fa esattamente Quolit? Offre la possibilità alle piccole e medie imprese italiane che continuano, nonostante tutto, a investire e quindi a produrre in Italia, di vendere on line.
Quolit, in altre parole, è una vetrina virtuale dove trovano spazio prodotti artigianali, o di piccola industria, purché prodotti o perlomeno assemblati quasi del tutto in Italia.
Occupandomi prevalentemente dell’aspetto più commerciale del progetto, ho la fortuna di toccare con mano il lato più umano del nostro tessuto socio-economico.
In breve, io scelgo i venditori da contattare e seleziono i prodotti.
Non è semplice costruire relazioni dal nulla con commercianti, artigiani e piccoli imprenditori quando hai poco più di vent’anni e l’unica cosa che cerchi di trasmettere è un messaggio con ambizioni innovative, pensato per sostenere un mondo commerciale fatto di tradizioni ormai fiaccato dalla crisi degli ultimi anni.
C’è chi ha compreso al volo le potenzialità della nostra offerta e non ha esitato ad approfittarne (il nostro servizio è gratuito), ma c’è ancora chi, avendo già perso abbastanza fiducia negli ultimi tempi non intende più scegliere e preferisce quindi restare fermo ad aspettare non si sa bene cosa…
D’altronde i dati macroeconomici degli ultimi mesi non sono decisamente incoraggianti e l’autonomia privata, non giriamoci troppo intorno, in questo contesto, piuttosto che essere incoraggiata e sostenuta, è stata al contrario ulteriormente colpita e isolata.
La sensazione generale è negativa e vi garantisco che oggettivamente, vista la leadership globale del paese dal basso, cioè dalla parte di chi manda avanti l’economia, è difficile essere ottimisti.
Uno dei nostri più attivi venditori ha quasi settant’anni e gestisce la sua attività nel quartiere Trieste a Roma da quasi quaranta.
Recentemente, in occasione di una mia quotidiana visita di routine e di monitoraggio, parlandomi del quartiere e di come è cambiato negli ultimi decenni, mi ha fatto notare quanto sia soprattutto invecchiato.
Inizialmente non ho dato troppa attenzione a questa constatazione semplice, ma poi ho “unito i puntini” per citare Steve Jobs e portando ancora una volta le mie riflessioni oltre ho compreso molte cose.
Quel signore, nonostante l’età e le oggettive difficoltà che può incontrare un non nativo digitale ad approcciarsi al web e all’e-commerce, ha avuto il coraggio di rimettersi in gioco e anche giocare; quel signore ha avuto in definitiva il coraggio di essere ancora una volta giovane.
Osservando in prospettiva la situazione ho visto dunque quanto vecchio sia il nostro paese, non semplicemente da un punto di vista anagrafico, ma soprattutto da un punto di vista mentale.
Esco per un attimo dall’argomento per ampliare la riflessione e porre alla vostra attenzione un caso oserei politico: la Costituzione attribuisce ai partiti un ruolo di “cerniera” tra il popolo e lo Stato perché nel ’48 i partiti rappresentavano concretamente e attivamente fasce ampie e ben definite del popolo italiano.
Ma oggi è ancora così? Quanti tra noi si riconoscono in tutto nei partiti?
Per affrontare le sfide del mondo di oggi non servono forse persone forti disposte a condividere il loro bagaglio di conoscenze ed esperienze di rilievo internazionale con la collettività?
Se il popolo non si riconosce più nei politici di professione ma si aspetta interlocutori che comprendano il mondo del lavoro e la società più autentica, quella per intenderci fuori dai “palazzi del potere”, possono i partiti con le loro strutture rispondere adeguatamente?
Non è forse di fantasia e di forza (“polso fermo”) che abbiamo bisogno?
Non è forse del coraggio di saper immaginare e conseguentemente creare nuovi schemi che abbiamo allora bisogno?
Di strutture obsolete e goffe il paese è pieno e ogni qualvolta che ci chiediamo quale sia il problema, piuttosto che fare pulizia delle cose ormai inutili, preferiamo difendere l’indifendibile, arroccarci su posizioni apparentemente sicure ma di fatto instabili.
Per quanto potremo continuare a ignorare il malessere diffuso che serpeggia tra le persone? E si badi bene, parlo di malessere, non di semplice insoddisfazione, perché l’assenza di prospettive, la sorda convinzione che la salute di una collettività si possa misurare solo attraverso parametri economici o peggio amministrativi già stabiliti sta logorando ciascuno di noi nella nostra parte migliore.
Per fare un passo avanti serve non solo giovinezza mentale, ma servono anche nuovi esempi.
Ho letto recentemente (“L’ecommerce italiano? Può valere 40 mld di euro” – “Business People”, 17/5/’16) che il mercato dell’e-commerce italiano potrebbe valere 40 mld (il doppio di quanto vale oggi.
Cosa impedisce di coprire questo gap? L’assenza di cultura imprenditoriale innanzitutto e quando essa si afferma l’incapacità delle stesse di muoversi agilmente sul web crea non pochi problemi (gli e-shopper italiani sono raddoppiati nell’ultimo anno passando da 9 mln a 19 mln, ma le imprese non sono tuttavia riuscite ancora a digitalizzarsi con lo stesso ritmo!). Aggiungiamo inoltre che la barriera culturale generale pesa molto perché l’e-commerce, al netto dei dati comunque incoraggianti che vedono un incremento degli acquirenti ha avuto una penetrazione nel mercato pari solo al 61 % del totale.
A penalizzare infine il settore c’è l’assenza di infrastrutture adeguate e di banda larga: nel 2012 solo il 4% degli utenti faceva shopping con gli smartphone, oggi solo 1 su 5, ossia il 20 % compra on line. Sembra un bel passo avanti ma in confronto alle maggiori potenze economiche europee siamo ancora indietro.
C’è ancora tanta strada da fare quindi, ma da dove (ri)partire?
Winston Churchill sosteneva che “l’unica cosa che conta davvero nella vita è il coraggio di andare avanti”, quindi cosa ne dite di ripartire dalle nostre piccole azioni quotidiane?
I primi tempi non lo sapevo, ma ora quando mi chiedono “perché”? E soprattutto “perché Quolit”? Rispondo che nel nostro piccolo questo è un modo per riempire non solo quel vuoto che nel mercato attende di essere riempito presto, ma è un modo soprattutto per cercare, insieme, delle risposte e delle nuove soluzioni, delle soluzioni giovani e magari anche un po’ ribelli, per un mondo che cambia e che da soli non possiamo né capire né affrontare.

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