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Il suono del mondo a memoria: la sorpresa nell’osservare la realtà ascoltando se stessi.

a cura di Nicola Marianecci

 

Uno, due, tre, quattro…

Una pulsazione costante ad intervalli regolari.

Uno, due, tre, quattro…

La necessità di scandire il tempo come dimensione nella quale si concepisce e si misura il trascorrere degli eventi.

Uno, due, tre, quattro…

Un paio di scarpe strette ma eleganti.

Uno, due, tre, quattro…

Il disperato bisogno di confinare un viso deforme in una maschera.

Uno, due, tre, quattro…

E poi c’è New York con le sue regole in netta contraddizione con le tue perché seguono logiche non dettate da un bisogno. Le puoi aggirare, ma non puoi infrangerle e credere di restare impunito.

Comode abitudini, un’armatura che ci difende dall’esterno, un’armatura di cui abbiamo bisogno, perché il mondo ci ha fatto male e il dolore è fisso nella memoria, il solo rischio di soffrire ancora supera il dolore stesso. L’abitudine ci mette al riparo, è un punto fisso che ci tiene ancorati al porto rendendo per noi l’effetto delle onde una semplice culla.

Fa parte delle nostre regole e della sfida con noi stessi non infrangerle, pena l’oblio, il mistero.

“Se guardi e non riesci a vedere forse il problema è che in realtà non stai ascoltando te stesso. Succede quando si è convinti di conoscere il suono del mondo a memoria.”

Questa è la storia di Sam, una persona strana, con tutte le sue fissazioni e i suoi riti, stranezze che si estendono a macchia d’olio, insinuandosi in ogni aspetto della sua vita. Sam ha un compito da svolgere e per farlo ha stipulato un patto con se stesso: deve trascorrere due mesi a Manhattan senza parlare con nessuno e scrivere quindi un articolo figlio di questa esperienza.

E poi c’è New York, che non è uno sfondo, ma un vero e proprio personaggio della storia, respira, si muove e interagisce con Sam in diversi modi e forme.

Una New York antropomorfa, capricciosa e rancorosa, ma allo stesso tempo saggia, ironica e divertita.

Una New York cara al protagonista, come a tutti noi, perché madre di una cultura fatta di personaggi e storie ambientate lì.

Una New York alla quale viene resa giustizia dai caldi colori che fanno percepire l’atmosfera della Grande Mela anche a chi, come il sottoscritto, non ci è mai stato.

L’assunto di base, motore della storia, è di carattere fisico: immaginate due biglie che, viaggiando a gran velocità, finiscano per scontrarsi anche solo di striscio; è fisicamente impossibile che la loro traiettoria iniziale non venga modificata dallo scontro. Le due biglie dunque non arriveranno mai nel punto in cui erano destinate ad arrivare prima di scontrarsi. Tale concetto viene declinato metaforicamente sulle vite di chi abita la metropoli.

Ogni altra parola spesa sulla trama andrebbe a limitare il piacere di una splendida lettura autunnale, uno tsunami di emozioni che travolge pagina dopo pagina magnificando il celebre aforisma lennoniano : “La vita è quello che ti accade mentre sei occupato a fare altri progetti.”

Non leggevo un graphic novel dai tempi del liceo e soprattutto non di questo genere; una vera e propria bella sorpresa firmata Giacomo Bevilacqua, classe 1983, padre della saga “A panda piace; che in “Il suono del mondo a memoria” si distacca radicalmente dal suo genere, presentando un’opera intima e introspettiva disegnata egregiamente. 

Un flusso di emozioni che ci rende protagonisti di una storia che in parte scopriamo appartenerci. Questo deve in fondo essere l’obiettivo di un buona lettura, raccontarci qualcosa di noi che già sapevamo, ma fatichiamo a definire o,soprattutto e spesso, ad accettare.

Uno, due, tre, quattro…

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