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Gandhi, Tagore e la via di Assisi: come le religioni ci ispirano a «coltivare il nostro giardino»

A cura di LUCA BELLARDINI

 

«Chi salva una vita salva il mondo intero», diceva il Mahatma Gandhi (1869-1948). Uno spirito, questo, che ha ben permeato la «Giornata interreligiosa di studio» dello scorso 1° ottobre sul tema Amore fraterno e non violenza per la pace e l’armonia globali. L’occasione era offerta dai 150 anni dalla nascita del leader che – grazie a uno straordinario impegno civile, nobile perché incruento e fondato sulla persuasione – aveva reso l’India uno Stato sovrano, autonomo dall’Impero britannico allo scoccare della mezzanotte del 15 agosto 1947. Pochi mesi dopo, Gandhi cadeva sotto i colpi di un fanatico; ma la sua figura è ancora oggi una fonte di potente ispirazione per chiunque abbia a cuore la libertà e la dignità degli individui, nonché un ordine imperniato sulla pace e la coesistenza fra culture.

Nella sala conferenze del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani in via della Conciliazione, a Roma, risuonava potente l’ottimismo ontologico di un leader convinto che il mondo non fosse condannato a un futuro di guerra e divisione, sopraffazioni e immoralità. Affermando che «non bisogna perdere la fiducia: l’umanità è un oceano, e l’oceano non diventa sporco se alcune gocce lo sono», Gandhi esaltava la capacità di ciascun individuo di fare del bene per sé stesso e la sua comunità. La stessa visione che alcuni decenni più tardi avrebbe ispirato – soprattutto in India – l’azione di santa Madre Teresa, come pure di tanti missionari – laici e religiosi – che ancora oggi lavorano incessantemente per valorizzare le potenzialità del grande Paese asiatico. L’India, tuttavia, è solo uno dei possibili casi di studio per questa “attitudine alle opere” cui tanto ha contribuito il cristianesimo, nelle sue varie declinazioni storico-sociali. Un’attitudine diffusa nei secoli, nient’affatto circoscritta geograficamente, forgiata dal sincretismo di tradizioni molto diverse,

Il recente viaggio di Papa Francesco in Estremo Oriente riporta subito alla mente alcuni illustri esempi legati a quell’area del globo: primo fra tutti, il gesuita Matteo Ricci, che nella seconda metà del Cinquecento stupiva la corte della dinastia Ming con un messaggio evangelico chiaro e potente. Dalle vette più alte dell’erudizione occidentale, il chierico ignaziano raggiunse gli angoli più remoti – e, proprio per questo, forse più illuminati – dell’antica sapienza orientale. Se invece volessimo restare nel subcontinente indiano, dovremmo certamente guardare alle figure che più ispirarono l’azione del Mahatma: e che, dunque, modellarono un’India moderna in cui la millenaria storia patria non fosse disgiunta dalle novità che la cultura europea – e, in particolare, britannica – aveva introdotto con successo. È il caso di Rabindranath Tagore (1861-1941), straordinario poeta nato in quel di Calcutta, capace di comporre con pari efficacia lirica in inglese e in bengalese. L’influenza di Tagore sul pensiero gandhiano è stata al centro dell’intervento del prof. Demetrio Marco De Luca, presidente dell’Alto Comitato Fondazione Cultura delle Religioni per l’Umanità e la Pace, con una lunga e prestigiosa esperienza d’insegnamento presso le maggiori università pontificie.

Parlando dell’«incontro» fra due personalità di quella caratura, il prof. De Luca ha sottolineato che Tagore «seppe incidere autorevolmente nella realtà culturale, religiosa, artistica e politica», divenendo nel 1913 il primo orientale a vincere il premio Nobel per la Letteratura. Insieme a Gandhi, «lavorò per realizzare una nuova India, rendendola protagonista del dialogo profondo tra la cultura orientale e quella occidentale». In particolare, tale impegno si poneva «in continuità con la spiritualità sensibile e attenta di Ram Mohan Roy (1774-1833) fondatore di un movimento chiamato Brahmo Samaj che, traendo ispirazione dal patrimonio comune delle grandi religioni, testimoniava l’esistenza di un unico Dio» e, ispirandosi al “discorso della Montagna” tenuto da Gesù, fondava il proprio insegnamento sulla pari dignità di tutti gli individui, consentendo così alla cristiana «invenzione dell’individuo» di fertilizzare le valli dell’Indo e del Gange (cfr. il libro con quel titolo scritto da Larry Siedentop, la cui traduzione italiana – a cura del prof. Domenico Melidoro – è uscita per Luiss University Press nel 2016). Anche grazie all’opera di suo padre e suo nonno, Tagore seppe «decollare in termini straordinari verso un orizzonte internazionale in cui i contributi della famiglia furono significativi e portatori di traguardi considerevoli», forgiando infine – nella conclusione del prof. De Luca – «una spiritualità purificata da suggestioni, superstizioni, identità e visioni alteranti e patologiche».

Per iniziativa del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso (retto da S.E. il cardinale Guixot, successore del compianto Tauran, al cui ricordo dedicheremo uno dei prossimi articoli), la giornata di studio per i 150 anni della nascita del Mahatma ha riunito cinque tra i massimi esponenti delle dieci più diffuse religioni mondiali, raccogliendo dunque un consesso di cinquanta personalità eccezionali. Lo spirito dell’«apostolo della nonviolenza» – come Giovanni Paolo II ebbe a definire Gandhi, durante lo storico viaggio in India nel 1985 – doveva aleggiare in maniera particolarmente evidente: i partecipanti, infatti, hanno saputo profittare di un’occasione irripetibile per elaborare un documento comune per invocare la pacificazione delle aree curde, che proprio in quei giorni subivano l’iniziativa militare turco-siriana. L’attività diplomatica si è svolta riservatamente, ma i frutti sono sotto gli occhi di tutti: a pochi giorni dal convegno, veniva raggiunto un duraturo cessate-il-fuoco che all’inizio dell’offensiva era a tutti parso impossibile. Un’ulteriore dimostrazione – se mai ce ne fosse ancora bisogno, dopo due guerre mondiali e la costante minaccia di una terza – che le armi non sono uno strumento per risolvere le controversie: lo sviluppo umano non può certo realizzarsi se la voce ragionevole della buona volontà è soffocata dal fragore delle artiglierie, dalla prepotenza degli Stati che vanificano i tanti sforzi individuali. Il messaggio emerso dalla «Giornata di studio» – e che, a quanto pare, ha raggiunto i suoi destinatari – è che nessuna frattura geopolitica dovrebbe mai oscurare le «migliaia di punti di luce» da cui anche le aree più depresse e instabili del pianeta traggono speranza per il futuro. Ci sia consentito usare questa espressione resa celebre dal presidente George H.W. Bush (di cui in questi giorni ricorre il primo anniversario della scomparsa), che nella Guerra del Golfo scelse saggiamente di arrestare la campagna militare – scaturita dalla necessità di tutelare l’indipendenza del Kuwait – prima che potesse scatenarsi un conflitto di ben più vasta portata.

Infine, ci sembra opportuno evidenziare come questo spirito trovi una felice testimonianza nella recente iniziativa indirizzata a promuovere un ragionamento di alto livello intorno alla necessità di rinnovare i paradigmi dell’economia contemporanea. Si svolgerà ad Assisi tra il 26 al 28 marzo 2020, vedrà l’intervento del Santo Padre e sarà intitolato proprio The Economy of Francesco. Un nome semplice, ma forte e chiaro, con un esplicito richiamo al magistero di un pontefice che sul tema sta apportando un contributo autorevolissimo. Coinvolgerà economisti e imprenditori: soprattutto giovani, e da tutto il mondo. Non potrebbe essere diversamente, per un evento dall’impronta così “ecumenica”: fondato cioè sulla consapevolezza che solo una «opposizione polare» – per usare l’immagine di Romano Guardini – può essere alla base del progresso intellettuale e civile.

Alcuni tra gli esponenti più autorevoli del moderno cristianesimo – come i due Tommaso: Moro e Campanella – hanno dedicato le loro migliori energie al pensiero utopico. Eppure, in questa congerie di iniziative di cui abbiamo cercato di dar conto, oggi l’ecumene religioso – che, per definizione, cerca di stabilire un legame fra l’umano e il divino – ribolle di una profonda bellezza che è concreta, nient’affatto fondata su di una metafisica inconoscibile. Una bellezza non più soltanto contemplativa, né più macchiata dalla tentazione di imporre agli altri la propria visione del mondo: è accaduto troppo spesso in passato, anche per mano dell’autorità politica; e accade troppo spesso ancora oggi, da parte di minoranze deviate. Ma un’altra via per il futuro esiste, ed è giusto percorrerla. Come scrisse Tagore ne Il giardiniere: «Non perdiamo tutte le parole nel silenzio assoluto; / Non alziamo le mani nel vuoto per le cose al di là della speranza». Dobbiamo tornare a «coltivare il nostro giardino», secondo la celebre esortazione del Candido di Voltaire. Non si tratta di una vaga suggestione epicurea, né di un ammonimento ante litteram sulle conseguenze del cambiamento climatico: piuttosto, è una “missione” che dovremmo intraprendere con rinnovata consapevolezza.

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