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Alda Merini, la poetessa dei Navigli

A cura di Carlotta Gisonni

Alda Merini é nata a Milano il 21 marzo del 1931, “insieme alla primavera” come lei stessa ha scritto, in una famiglia tranquilla che compare qua e là nella speciale lucidità del suo teatro della mente.
La poetessa vive all’interno di una realtà tragica di cui sembra quasi vinta.
È costretta ad abbandonare la sua città natale in seguito ai bombardamenti della seconda guerra mondiale, trasferendosi così a Vercelli e lavorando in delle risaie. Qui conosce il suo primo marito, Ettore Carniti, con cui condivide 30 anni di matrimonio, 4 figli e l’incubo del manicomio.
Ettore era un uomo “concreto”, un gran lavoratore, ma poco incline a comprendere l’arte di Alda, che spesso rientrando a casa da ubriaco maltrattava.
Successivamente a un episodio di ribellione della poetessa nei suoi confronti,
questi fece internare la moglie presso un ospedale psichiatrico, presso cui però non smise mai di farle visita.
Il malessere della poetessa, diagnosticato come disturbo bipolare e che lei stessa definiva “ombre della mente”, si protrasse cronicamente  e in maniera altalenante durante il corso della sua vita. Il clima incoerente e vertiginoso del manicomio e di una propria follia, diventa così uno dei temi principali delle poesie di Alda Merini, di cui tratta la raccolta Terra Santa del 1984.
Successivamente alla morte del marito,  l’autrice si risposa con il medico Michele Pierri, con il quale vive a Taranto un amore travolgente, alimentato anche dalla passione comune per la poesia, sino alla sua morte che riporterà la poetessa ad una caduta in un profondo stato depressivo e alla sua volontaria conseguente richiesta di aiuto all’ospedale di Taranto.
A questi dedica molteplici raccolte di poesie, quali le “Rime Petrose”, “Le più belle poesie” e  liriche “Per michele Pierri” edite per la prima volta in Vuoto d’amore del 1991.
Nel 1986 Alda Merini rientra finalmente a Milano, anni fecondi per la poetessa in cui si contano sempre maggiori pubblicazioni, interventi pubblici e assegnazioni di premi letterari. Anni in cui, mediante il suo illuminante processo creativo, fa emergere un universo poetico memoriale per cui stavolta riesce a dominare la sua complicata vicenda esistenziale, provata dai lunghi periodi in manicomio e dalle sue fragilità.
Alda Merini diviene così un personaggio di successo, ciò nonostante il suo stile di vita non cambia: continua a vivere nella sua casa a Milano, piena di libri, quadri e fotografie, dove i muri divengono la rubrica su cui scrivere numeri di telefono e il pavimento un mosaico di troppe sigarette spente. Il tabagismo acuto fu proprio la causa della sua morte, avvenuta nel novembre del 2009.

“Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno nella della vita e la vita é spesso un inferno… Per me la vita è stata bella perché l ho pagata cara” – cit.

Mi piace pensare ad Alda Merini come ad una coraggiosa paladina della vita, che da fedele amante di essa ha corso il rischio di lasciarsi travolgere da ogni sua promessa.
Alda, un po’ come tutti gli scrittori, aveva in dono una sensibilità particolare, in grado di trascendere l’apparenza della cose immanenti e di percepire ogni emozione vitale con un elevato grado di intensità. Così, attraverso il suo travagliato percorso interiore e di vita, ci ha lasciato in eredità una poesia che riflette l’mmensità di valori eterni.

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