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Il rischio e la grazia dell’incontro: il cardinale Tauran, una vita per il dialogo interreligioso

A cura di Luca Bellardini

 

 

È stata la prima “voce” dell’attuale pontificato, quella che annunciò all’ecumene l’elezione di un papa venuto «quasi dalla fine del mondo». Prima che Jorge Mario Bergoglio si presentasse ai fedeli, fu il cardinale Jean Louis Tauran (1943-2018) – nella sua veste di protodiacono – a fugare ogni eventuale dubbio sul colore della fumata, nel tardo pomeriggio del 13 marzo 2013. Per il grande pubblico, quello appariva come il sigillo definitivo di una carriera straordinaria, segnata da una personalità altrettanto eccezionale: ce lo ricorda Raffaele Baccari, che in queste settimane sta portando avanti una tesi di dottorato incentrata sulla figura del grande uomo di fede. Costui, nato a Bordeaux, dal 1975 era stato in servizio presso la nunziatura apostolica di Santo Domingo. Appena quattro anni più tardi si trovava in Libano, a Beirut, in uno dei contesti geopolitici più instabili e rischiosi del pianeta. Elevato alla dignità arcivescovile da Giovanni Paolo II il 1° dicembre 1990 con il ruolo di segretario per i rapporti con gli Stati, poi archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa. Nel 2003, infine, veniva creato cardinale. Un uomo che dunque aveva dimostrato notevoli capacità di governo, districandosi nella diplomazia vaticana con la medesima sapienza con cui affrontava gli studi teologici e il ministero pastorale. Quando nel 2007 si trattò di scegliere il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, Tauran era il candidato ideale. Ricoprì quell’incarico fino al giorno della sua morte. Eppure, se il pubblico e gli osservatori esterni l’hanno sempre visto come uno dei maggiori protagonisti contemporanei della fede cristiana, i suoi collaboratori più stretti non possono dimenticarne i lati più personali. Sua Eminenza viene infatti descritto «un instancabile costruttore di pace, con un carisma particolare e un’umanità straordinaria; l’uomo del bene comune, sempre disponibile a collaborare con le persone». Lo stesso papa Francesco non ha mancato di sottolineare quanto compiuto da colui che rivelò al mondo l’inizio del suo pontificato. Celebrando i successi diplomatici di Tauran, il Santo Padre ha ricordato come – in materia di dialogo interreligioso – il cardinale fosse «impegnato non solo a riaffermare i punti in comune, ma a ricercarne e costruirne di nuovi», avendo compreso «come sia necessario esplorare nuove possibilità perché le diverse tradizioni religiose possano trasmettere, oltre che un messaggio di pace, la pace come messaggio». Nella sua opera di ricerca di un terreno comune tra le varie confessioni, Tauran ebbe particolare attenzione verso i rapporti con il mondo islamico: in tal senso, è certamente significativo che il suo ultimo viaggio istituzionale (aprile 2018) sia stato a Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita. In tale occasione firmò una “dichiarazione d’intenti” di notevole significato, tanto ideale quanto concreto. La concezione sottostante a tale impegno – riflette Baccari – è che «il pluralismo religioso è un invito a riflettere sulla fede, non solo altrui, ma anche sulla propria, perché ogni vero dialogo interreligioso inizia con la proclamazione della fede di ciascuno». Nella certezza che «non tutte le fedi sono uguali», ma che «in ogni caso tutti i credenti, tutti coloro che cercano Dio e tutte le persone di buona volontà, anche quelle senza alcuna affiliazione religiosa, posseggono eguale dignità». Una visione in cui non c’è spazio per l’oscura suggestione di uno “scontro di civiltà”, perché il vero nemico sono «le ignoranze e i radicalismi, cui si deve rimediare con coraggio mediante la diffusione della cultura senza trascurare la ricerca di Dio». Se il dialogo diventa quindi un «criterio educativo», occorre ammettere che alla base della diplomazia è il coraggio: per usare le parole del medesimo Tauran, «il coraggio di riconoscere all’avversario una parte di verità». Una prassi fondata quindi sull’ascolto, perché – amava ripetere il cardinale, con una frase che testimonia l’argutissima ironia che lo distingueva – «il vero diplomatico è quello che sa tacere in parecchie lingue». Oggi non mancano i focolai di violenza religiosa, ma Tauran non dubitò mai che il dialogo – cioè il procedimento grazie al quale si riconosce la piena legittimità altrui senza abdicare alla propria identità – fosse l’unica strada efficace per diffondere i valori più alti e nobili anche presso culture differenti dalla propria. Per rendere possibile il dialogo, pensava Tauran, è fondamentale l’istruzione (o «educazione», con un’accezione più ampia): in tale settore, il ruolo specifico delle religioni è «trasmettere il gusto della vita interiore e favorire una pedagogia dell’incontro». Pur ammettendo che l’iniziativa non può prescindere dall’impulso delle autorità religiose, Tauran riponeva grande fiducia nelle ultime generazioni: saranno i giovani studiosi cristiani e musulmani, pensava, a legittimarsi a vicenda e aprire la strada della reciproca comprensione dopo anni di aspri conflitti. Il risultato sarebbe di eccezionale valore: non soltanto si proverebbe a dare una risposta condivisa ai grandi interrogativi metafisici, ma – applicando una visione “umanistica” – si concreterebbe la comune aspirazione alla libertà e alla verità. Così facendo, chi si riconosce nell’insegnamento di Gesù non rinuncerebbe all’annuncio del Vangelo ma neppure opporrebbe una chiusura ideologica ai contenuti spirituali delle altre fedi: al contrario, cercherebbe in primo luogo i punti di autentica convergenza fra le tradizioni spirituali. Si dovrebbe quindi fare «tutto il possibile per comprendere il punto di vista dell’altro», perché ovunque l’uomo cerca Dio – e anche una divinità molto diversa dalla nostra – possono essere rintracciati i semina Verbi, cioè i segni tangibili della Rivelazione.  Quali sono, dunque, i maggiori punti di contatto tra le diverse fedi (e, soprattutto, fra la cristiana e la musulmana)? Baccari riporta con puntualità queste “convinzioni comuni”: «la solidarietà a favore dei poveri e degli esclusi; l’impegno di ispirazione divina ad essere operatori per la giustizia e per la pace; la libertà di una fede illuminata; la costante ricerca della dimensione religiosa della persona umana; la sete di conoscenza; la rispettosa consapevolezza del pluralismo che non deve condurre ad una forma di esclusione». Sono valori certamente antichi: in fondo, l’idea stessa del dialogo interreligioso non è una prerogativa della modernità; anzi, in ambito cristiano trova la sua origine proprio nelle Scritture, e segnatamente nell’epistolario paolino. In quest’ultimo, sottolinea Baccari, il dialogo è addirittura uno dei temi principali: l’apostolo di Tarso si rivolge spesso alle comunità disunite, lacerate da diatribe apparentemente insanabili, circondate da un ambiente ostile; e invita sempre a non lasciarsi scoraggiare dalle avversità, a non sviare dalla missione dell’annuncio. Volendo trovare un parallelo con l’Antico Testamento, viene in mente il libro di Rut e la storia del personaggio eponimo: una donna che sceglie volontariamente la via dell’esilio, sradicandosi dalla propria terra per restare al fianco dei suoi affetti; e che, tuttavia, riesce a rimanere sé stessa mentre si adatta alla presenza degli “altri”. Questo conduce al cuore della riflessione che ha attraversato l’operato decennale di Tauran: il dialogo interreligioso, in definitiva, è una grazia o un rischio? La risposta echeggia la visione che Pascal aveva dell’uomo: «né angelo né bestia, ma angelo e bestia al tempo stesso». Diceva il cardinale, infatti, che «il dialogo è insieme una grazia e un rischio»: da un lato chiede di rendere conto del modo in cui si vive la propria fede, secondo una prospettiva che può apparire minacciosa; dall’altro, però, «impone un continuo stato di vigilanza spirituale». L’obiettivo di quest’ultimo, conclude Baccari, è «offrire e indicare a tutte le persone […] la possibilità che l’intera esistenza umana, anche se vissuta dentro un orizzonte diverso dal nostro, trovi il suo senso ed il suo orientamento attraverso quell’umanità unica e perfetta che è l’umanità del Figlio di Dio, Gesù Cristo». Infine, ci sia consentito di ricordare la figura del cardinale Tauran tramite uno dei più importanti seminari internazionali di studio – sul dialogo interreligioso, ma anche per il dialogo interreligioso – di cui fu sensibile e attento osservatore negli ultimi anni. Si tratta dell’Incontro mondiale delle religioni in dialogo per l’umanità, tenutosi a Galtellì (Nuoro) dal 15 al 17 novembre 2013. Un evento che in appena tre giorni – in un piccolo comune sardo, divenuto crocevia dei più attivi uomini e donne di buona volontà – vide alternarsi le riflessioni di autorevolissimi esponenti delle grandi fedi storiche, tutte proiettate a delineare un nuovo ruolo per la dimensione religiosa in un’epoca di crescente incertezza e diffuso secolarismo. Parlando del convegno, il prof. Demetrio Marco De Luca – allora presidente della Commissione paritetica interparlamentare dei rapporti tra cultura e politica – osservò che, mentre «le vecchie civiltà precristiane consideravano la propria espressione del divino come l’unica vera, e ritenevano idolatre le credenze altrui […], il Cristo, che si autodefinisce figlio dell’uomo, tende a insegnare all’uomo la conquista dei suoi profondi valori e i principii che guidano la realizzazione della persona umana», nell’ottica di una fratellanza universale tra gli individui, da cui discende «una visione spirituale e umana che supera il biologico». Un approccio tipico del cristianesimo, ma le cui tracce possono essere rinvenute anche presso altre fedi. Il convegno di Galtellì ha infatti mostrato che è possibile modellare una «comune sensibilità» orientata agli «alti valori antropologici», costruendo «una nuova storia per superare la crisi letale che oggi opprime la società mondiale», in un appello rivolto «a tutte le persone di buona volontà» e declinato «sul piano culturale, non dottrinale». L’incontro sardo proseguiva un’importante discussione tenuta pochi mesi prima a Piobbico (Pesaro-Urbino), nel ricordo di un grande uomo di Chiesa che lì era nato: il cardinale Pietro Palazzini (1912-2000). Di quest’ultimo, Tauran aveva detto che «con discrezione e umiltà ha saputo farsi prossimo a chi era nella prova, senza badare a considerazioni etniche o religiose, rischiando anche la propria vita per salvare chi era in pericolo». A Piobbico, nel giugno 2013, Tauran aveva sottolineato che «nelle circostanze anche più tragiche, Dio può far spuntare la vita», in quanto Egli «è allo stesso tempo potente e buono». Poi aveva posto l’accento sull’influenza esercitata dall’Altissimo nella quotidianità di miliardi di individui succedutisi sulla terra, cioè sulla cosiddetta “storia minuta”: un’influenza evidente «nei piccoli gesti di attenzione, rispetto, delicatezza», nelle opere di volontariato e nel più generale senso di «rettitudine» negli uomini. L’intento era quello di invitare al bene anche nelle sofferenze più dolorose: lo stesso domandarsi che cosa sia il dolore, affermava il cardinale, è «il richiamo di Dio, che bussa alla porta del cuore dell’uomo». Tauran ammoniva a non cadere nel pessimismo, senza rifugiarsi nel passato né fuggire nel futuro. Nella visione dell’allora presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, la Chiesa – mentre viene «trapiantata in una nuova cultura» – deve raccogliere la sfida della trasparenza, uno dei tratti maggiormente distintivi del magistero di papa Francesco. La Chiesa che esplora le «terre nuove», dunque, non deve lasciarsi impressionare né intimidire dalle debolezze di alcuni: anche perché essa vive e opera nel ricordo di Cristo, che ha sconfitto il male e la morte. Ed è proprio in quegli spazi incogniti che inaspettatamente – grazie all’azione della Provvidenza – può scoprire fratelli che non aveva mai immaginato di avere.

b e i l n q r t v w

 

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