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Toponomastica femminile: intervista a Barbara Belotti

A cura di Oriana Balsamo e Marta Lembo

 

1. L’associazione Toponomastica Femminile riesce a divulgare il proprio messaggio in vari modi, tramite progetti che parlano di donne, molte volte dimenticate dalla storia o oscurate da questa. Tra i vari progetti che abbiamo potuto riscontrare ‘’Le viaggiatrici’’ è sicuramente uno di quelli che colpisce noi giovani. In un’era come la nostra, dove la cultura varca i confini e i giovani studiano e lavorano all’estero , parlare di donne che hanno avuto lo stesso coraggio è sicuramente un esempio fondamentale per la nostra generazione. Può spiegarci in cosa consiste il progetto e potrebbe parlarci di una de ‘Le Viaggiatrici’ .
Nell’immaginario collettivo il viaggio è una dimensione maschile. Pensiamo a Ulisse. Tutte le figure femminili, da Penelope a Circe, sono legate a un posto, orizzonti ristretti e conosciuti, sedentarietà. Ulisse invece è l’eroe perennemente in moto, dinamico che si misura con il mondo conosciuto e sconosciuto. Sono archetipi con cui ci confrontiamo da sempre. Eppure lo spostamento e il viaggio sono anche una dimensione del femminile, fin dall’antichità. Solo che non è conosciuta, come spesso accade alla cultura delle donne. Elena di Troia si sposta, dalla Grecia a Troia (e viceversa quando torna in “patria” dopo la fine della guerra). La dimensione del viaggio però illuminava di una cattiva luce le donne e infatti nell’immaginario Elena è la causa di un dramma immenso, di morti, lutti e distruzione.
Il viaggio è metafora della vita, corrisponde alla ricerca e al raggiungimento di forme di autonomia, è definizione di se stessi, tutte cose che sono state negate alle donne. Quindi quando le donne hanno cercato di esprimere se stesse e la propria autonomia entrando in una dimensione considerata maschile come il viaggio, ecco che l’oblio le ha “cancellate”, nascoste. Per le donne viaggiare è stato a lungo un tabù, visti i vincoli, le limitazioni e i divieti in cui le obbligava la cultura patriarcale. Alcune questo tabù l’hanno infranto per il desiderio di conoscere, di scoprire, per raggiungere quella libertà che all’uomo è stata sempre assegnata per diritto di nascita e di esistenza. Sono delle figure “eroiche” le donne che hanno viaggiato, come tutte le donne che hanno “osato” infrangere i divieti della cultura patriarcale. Delle disobbedienti a tutti gli effetti. Per viaggiare, come in molte altre esperienze della vita, le donne sono state costrette a nascondere la loro vera natura e a vestirsi da uomo, sia per ingannare sulla loro condizione sia per potersi muovere più agevolmente, libere anche dalle oppressioni fisiche dei loro faticosi abbigliamenti, inventati e costruiti per chi deve restare immobile.
Il tema delle viaggiatrici è uno dei tanti temi che abbiamo affrontato nell’ambito delle mostre organizzate da Toponomastica femminile. Le nostre sono mostre fotografiche e documentarie, tematiche, versatili e itineranti. Abbiamo cominciato alcuni anni fa presentando alla centrale Montemartini di Roma la mostra “Donne e lavoro”, allestimento che ha toccato quasi tutte le regioni italiane. Negli anni si è arricchito, allargando i confini tematici e arrivando a comprendere anche il tema delle donne e del viaggio, declinato nelle sue varie forme. Le donne hanno viaggiato fin dall’antichità. Il più delle volte in passato erano “viaggi di nozze” attraverso i quali passavano dalla condizione di figlia di allo stato di moglie di. Ma ci sono state donne che hanno viaggiato per motivi politici, come le regine che hanno rappresentato anche in questo modo il loro potere. Ci sono state donne esploratrici che hanno varcato confini per desiderio di conoscenza, di avventura, per desiderio di scoprire nuove terre, specie botaniche e animali.
È vero, la dimensione del viaggio ora è molto diversa per le nuove generazioni, non è più un tabù, si viaggia per diletto o per lavoro senza alcuna restrizione. Proprio per questo a voi ragazze vorrei segnalare non una viaggiatrice, ma vorrei offrire uno spunto di riflessione su chi si muove per necessità. Parlo delle molte donne migranti che fuggono da zone di guerra, da territori fortemente depressi, da carestie, epidemie, da rischi inimmaginabili per ognuna di noi. Sono donne che hanno cercato una nuova esistenza, rischiando molto. Hanno viaggiato lungo rotte difficili, piene di rischi e insidie; hanno viaggiato attraverso linguaggi sconosciuti, attraverso forme culturali e sociali nuove, tutte forme di viaggio anche queste perché si parte in un modo e si arriva in modo nuovo e diverso. Alcune non ce l’hanno fatta, altre sono riuscite a raggiungere il traguardo sperato. Nonostante dolori, delusioni, situazioni difficili ce l’hanno fatta. Sono loro le “viaggiatrici” che vorrei ricordare.

 

2. Lei , in quanto co-fondatrice dell’associazione Toponomastica e donna di cultura, ha contribuito alla stesura del libro ‘’Le Mille’’. Utilizzando il corretto linguaggio di genere, con questa opera si mira a superare pregiudizi e stereotipi atavici, per incoraggiare le donne a percorrere il proprio cammino. In che modo, nella vita quotidiana, possiamo onorare il ricordo di donne che hanno intrapreso e percorso la via della parità? Come effettivamente il femminismo, che rimarca la parità dei diritti, può e deve essere messo in pratica da donne e uomini?
Toponomastica femminile è nata da una ricerca sul territorio che metteva in evidenza come l’odonomastica urbana fosse quasi unicamente declinata al maschile, rispecchiando in definitiva quello che è la nostra cultura. Le nuove generazioni (in verità anche le generazioni non più giovani) hanno bisogno di sapere che la storia, le arti, le scienze, la politica, lo spettacolo, il mondo del lavoro sono cresciuti, si sono sviluppati grazie al contributo di donne e uomini. Immaginare la storia, l’arte, la musica, la scienza popolate di soli uomini è un errore grave in termini culturali e sociali. L’assenza di figure femminili nell’odonomastica urbana non significa mancanza di figure femminili nella storia e nella cultura, quanto il mancato riconoscimento delle loro azioni e del loro pensiero, la scarsa memoria e l’evidente disattenzione nei confronti dei ruoli avuti dalle donne in ogni tempo. Quindi si tratta di risarcire la cultura femminile di lunghi silenzi e numerose omissioni e di costruire un sapere nuovo basato sulla parità dei generi. Se la memoria maschile continuerà ad avere un peso specifico maggiore, continueremo avere un mondo asimmetrico. L’immaginario collettivo continuerà a essere popolato solo di figure illustri maschili. E’ questo che succede nelle scuole e nelle università. Si trasmette solo un sapere basato sull’azione degli uomini, le poche donne ricordate (penso a Marie Curie, a Maria Montessori, a Elsa Morante e poche altre) diventano rarità che non mettono in discussione un sapere i cui canoni “maschili” si ripetono senza alcuna scalfittura. Se si sfoglia un manuale di letteratura delle scuole (ma anche se si guardano i programmi per gli esami universitari e addirittura i programmi per i concorsi di abilitazione all’insegnamento) i nomi di poete e scrittrici si contano sulle dita di una mano. Quindi occorre agire nella didattica e in tutti i luoghi in cui si formano le persone. Con l’associazione Toponomastica femminile abbiamo fatto soprattutto questo. Diffondere la conoscenza delle numerose figure femminili dimenticate, scrittrici, scienziate artiste, politiche, sindacaliste, lavoratrici, filosofe i cui nomi non sono ricordati, significa provare a cambiare il punto di osservazione e le prospettive. La memoria o l’assenza di memoria riguarda tutte e tutti. Le storie delle protagoniste del passato possono essere modelli di riferimento e di differenza ai quali guardare nella costruzione dell’identità sia maschile e femminile. Se è necessario far nascere consapevolezze nuove, queste riguardano sia gli uomini che le donne. Rendere consapevoli le persone di quanto è stato ideato, inventato, realizzato dalle donne, porta all’avvio di percorsi di educazione e rispetto per le differenze, aiuta a sviluppare forme di pensiero critico capace di opporsi ai modelli maschili e femminili stereotipati e conformisti che sono molto diffusi e ben radicati. Si può agire in molti campi e anche con misure a basso “costo” se non addirittura senza costo. Per esempio intervenendo su un giusto linguaggio. È importante esprimersi in modo corretto chiamando una donna impegnata in politica ministra, sindaca o assessora, e non usando il termine al maschile (e così in tutte le categorie). In questo modo si riconosce il ruolo di quelle donne e si rende “naturale” il fatto che le donne possano raggiungere posizioni apicali e gestire il potere. Serve incrementare le intitolazioni femminili delle aree pubbliche, serve ripensare e riscrivere i manuali scolastici allargando ai contributi dati dalle donne. Serve fornire una corretta informazione su quanto accade nel mondo, e penso al modo con cui i mezzi di informazione trattano i casi di femminicidio o di violenza sulle donne. Tornando alla dimensione urbana, se i nostri occhi leggono nomi maschili nelle strade cittadine e nello stesso tempo vedono corpi e volti di donne nelle immagini pubblicitarie, il nostro immaginario continuerà ad assegnare agli uomini un valore e alle donne un altro, rinnovando una percezione distorta del mondo femminile. Le azioni che si possono mettere in atto sono moltissime e tutte importanti. Una cosa deve essere chiara però a tutte e a tutti. Che si deve cambiare ma bisogna farlo tutte/i insieme, donne e uomini. Se si ragiona per generi separati, si ragiona in modo errato.

 

3. Tra le figure di cui Toponomastica Femminile ha speso il suo nome per denominare una strada abbiamo la prima laureata in Legge : Maria Pellegrini Moretti, prima giurista italiana. In quanto studentessa di giurisprudenza, mi chiedo se effettivamente il gap di genere sia ancora presente nel mondo del lavoro, soprattutto secondo una sua personale valutazione.

Parlerei di gap di genere in tutti i campi, dalla memoria storica alle realtà lavorative lo squilibrio è evidente. Anche nello sport esiste, il calcio è un esempio emblematico.
Per esempio il mondo della formazione scolastica e universitaria ha una importante componente femminile al suo interno, che spesso supera per numero la presenza maschile. Prendo il mondo della formazione scolastica che mi è più noto essendo stata per molti anni una docente di scuola superiore. La classe insegnante è di gran lunga composta da donne, nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole dell’obbligo diciamo che è quasi totalmente femminile. Man mano che si passa ai livelli superiori le cose cambiano, nelle università il numero dei docenti è decisamente superiore rispetto a quello delle loro colleghe, nelle posizioni apicali le donne diminuiscono e i rettori poi sono in netta prevalenza uomini. Nelle università statali di Roma (La Sapienza, Tor Vergata e Roma Tre) i rettori sono tre uomini.
Nelle facoltà di giurisprudenza ltre il 60% sono delle persone che raggiungono la laurea sono donne, però i componenti del Consiglio dell’ordine degli avvocati nel quadriennio 2019/2022 sono uomini: presidente, vicepresidente, consigliere segretario e tesoriere. La parità si raggiunge fra le persone nominate consigliere e consiglieri, ma non al vertice. E stiamo parlando di questi anni.
La possibilità per le donne italiane di entrare in magistratura risale a non molto tempo fa, al 1963, quando la legge n. 66 regolamentò “l’ammissione della donna ai pubblici uffici ed alle professioni” fino a quegli anni precluso. Non fu un’apertura senza polemiche, in molti gridarono che una donna, proprio per la sua natura “instabile” e dominata dai sentimenti e poco dalla razionalità, sarebbe stata inadatta. Per non parlare poi di una decisone presa da una donna durante i giorni del ciclo mestruale! In molti lo pensarono e lo dissero. Mi domando se oggi, anche se nessuno ha più il coraggio di una tale affermazione, sotto sotto non lo pensi ancora. La strada è aperta, ma è necessario ancora un lungo cammino.

 

4. La collaborazione con Wikimedia aiuta a contribuire all’arricchimento e al miglioramento, sia qualitativo sia quantitativo. Tramite Internet è più facile diffondere e far conoscere storie di donne, dare rilevanza a queste ultime. Quali, tra le donne rilevanti ai giorni nostri, secondo lei può essere un ‘’role models’’ sano e proficuo per l’educazione alla parità dei generi?
Le donne direi che sono molte. Samantha Cristoforetti per esempio, Ilaria Capua, Fabiola Gianotti del CERN, la virologa Gismondo che in questi giorni sta lavorando sul problema del Corona virus, l’equipe femminile dell’Ospedale Spallanzani che ha isolato il virus. Sono tutte donne di scienza perché credo che sia importante che le ragazze di oggi abbiano esempi concreti e significativi all’interno di un mondo che viene ritenuto più adatto agli uomini. Ma sono importanti anche gli interventi letterari e critici di Michela Murgia contro gli stereotipi, la caparbietà e la determinazione di Carola Rackete, la cultura e la chiarezza che dimostra Marta Cartabia, prima donna alla Consulta. Mi piace anche molto la figura della cantante Tosca, una voce molto bella e un’artista molto intelligente. Come anche la commissaria tecnica della nazionale femminile di calcio Milena Bartolini. Potrei andare avanti, l’elenco sarebbe lungo. Permettetemi però di aggiungere una cosa. Questi esempi, come moltissimi altri, non servono solo alle donne. Servono in ugual misura agli uomini. Servono per educare al rispetto per le differenze, per sviluppare un pensiero critico alternativo a modelli maschili e femminili stereotipati e conformisti.

 

5. Toponomastica Femminile è attiva sopratutto per parlare di storie di donne che hanno avuto difficoltà in passato a causa di un’ignoranza sociale. Grazie ai vari progetti e i contatti avuti con i vari Comuni, ha riscontrato mai una discriminazione per il genere o vede effettivamente un’apertura reale alla ‘’via della parità’’ da parte della nostra generazione ma soprattutto degli adulti di oggi?

Sicuramente negli ultimi tempi la sensibilità è in parte cambiata. Stiamo trovando maggiore attenzione alle nostre proposte anche nelle amministrazioni locali. Chiedendo ai sindaci e alle sindache di fornire i dati sulle intitolazioni delle aree pubbliche dei Comuni, abbiamo riscontrato una maggiore disponibilità a condividere le nostre tematiche e a collaborare.

 

6. Rosanna Pirajno, in un articolo del 2016, scrive accennando ad un gender gap che va oltre la toponomastica: “Ancora adesso lo spazio della città, il suo territorio, la sua organizzazione sono in prevalenza campo d’azione degli uomini che hanno il potere, politico come pure professionale, essendo molto bassa la presenza femminile in entrambi gli ambiti.” Come pensa che questo divario possa essere abbattuto e cosa crede che lo stato abbia fatto e continui a fare affinché questo divario cessi di esistere?

Credo sia giusto. Si potrà abbattere il divario continuando a voler cambiare le cose. Non sarà un percorso breve, né semplice, ma iniziata questa rivoluzione, il suo sviluppo è inarrestabile. Sono convinta di un’altra cosa. Si possono fare tutte le leggi del mondo, stabilire regole e norme efficaci per combattere le discriminazioni contro le donne e colmare i divari. Ma questo può non bastare se non cambia il nostro immaginario sul ruolo femminile e maschile. Se non modifichiamo i comportamenti di ciascuna e ciascuno di noi. Bisogna agire su tutti i fronti, anche su quelli simbolici e apparentemente irrilevanti come le intitolazioni di strade, aree verdi, luoghi pubblici. Che poi tanto irrilevanti non sono, come Toponomastica femminile sta cercando di spiegare da tempo.

 

7. La toponomastica è qualcosa di concreto a cui spesso la gente non presta attenzione, camminando per le strade di una città molte volte c’è chi non si accorge neanche del nome della via sulla quale sta camminando, resta però qualcosa di concreto e tangibile agli occhi dei più attenti: qual è il segnale che si vuole mandare intitolando quanti più luoghi possibili alle donne?
Il segnale è che le donne ci sono state (e ci saranno) sempre e comunque, in tutti i tempi e in tutti gli ambiti. E questa è una cosa straordinaria, se si pensa alle difficoltà, ai divieti, alle limitazioni, alle violenze e al silenzio che hanno dovuto subire nel loro lungo cammino. L’odonomastica cittadina non è neutra, anzi appare fortemente caratterizzata da sessismo. Occorre agire anche qui per riequilibrare la nostra cultura e il nostro mondo. Far rientrare le donne nei momenti della commemorazione e del ricordo. Altrimenti saremo tutte e tutti come mutilati di una parte fondamentale di noi.
8. Toponomastica femminile è un’associazione che opera su tutto il territorio nazionale. Come può, a livello pratico, un Comune aderire al progetto o un singolo cittadino proporre il progetto alla proprio amministrazione comunale?

Per prima cosa ci si può associare a Toponomastica femminile, si può chiedere di far parte del gruppo Facebook che è un modo semplice e immediato per venire a conoscenza delle iniziative dell’associazione, dai convegni locali e nazionali, alle mostre, ai concorsi per la scuola e l’università, alla molteplici attività. È utile anche consultare il sito www.toponomasticafemminile.com. In molte realtà italiane sono attivi gruppi di Toponomastica femminile che collaborano con le amministrazioni locali per progetti di varia natura. Individuato il territorio, si possono prendere i contatti tramite il gruppo Facebook. Oppure, se nel territorio non esiste un gruppo di Toponomastica femminile, si può cominciare a farne nascere uno.

 

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