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6 ottobre 1938

A cura di Chiara Ottaviano

Il 6 ottobre 1938 venne approvata dal Gran Consiglio del Fascismo la “Dichiarazione sulla Razza”, uno dei principali documenti delle leggi razziali.
Suddetta dichiarazione è considerata il documento che ha dato inizio alla persecuzione anti-ebraica e in generale razzista in Italia. Il successivo 17 novembre 1938 la dichiarazione è trasformata in regio decreto-legge (n. 1728 – Provvedimenti per la difesa della razza italiana). Proprio in seguito al regio decreto-legge n. 1728 si stabilisce il divieto di matrimoni misti tra cittadini italiani di razza ariana con persone appartenenti ad altra razza. Agli ebrei sarà proibito anche prestare servizio militare o come domestici presso famiglie non ebree, possedere aziende con più di cento dipendenti, essere proprietari di terreni o immobili oltre un certo valore, essere dipendenti di amministrazioni, enti o istituti pubblici, banche di interesse nazionale o imprese private di assicurazione. Con la Disciplina dell’esercizio delle professioni da parte di cittadini di razza ebraica del 29 giugno del 1939 verranno imposte limitazioni e divieti anche all’esercizio della professione di giornalista, medico-chirurgo, farmacista, veterinario, ostetrica, avvocato, procuratore, patrocinatore legale, esercente in economia e commercio e altre. Infine, seguirà l’espulsione totale degli ebrei dall’esercito, il divieto di pubblicazione e rappresentazione di libri, testi, musiche ebree, il divieto di iscrizione nelle liste di collocamento al lavoro. In base alla legge però, chi veniva considerato ebreo? Era di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica; è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l’altro di nazionalità straniera; è considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre; è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia comunque iscritto ad una comunità israelitica oppure abbia fatto in qualsiasi altro modo manifestazioni di ebraismo. Non è considerato di razza ebraica colui che, nato da genitori di nazionalità italiana di cui uno solo di razza ebraica, alla data del 1º ottobre 1938 – XVI dell’era fascista, apparteneva a religione diversa da quella ebraica. L’appartenenza alla razza ebraica doveva essere necessariamente denunciata e annotata in appositi registri dello stato civile e della popolazione. Inoltre, il genitore di razza ebraica poteva essere privato della patria potestà sui figli appartenenti a diversa religione, qualora si avverta che egli dia ad essi un’educazione non in linea con i loro principi religiosi o ai fini nazionali. La politica anti-ebraica italiana provocherà tra emigrazione, fughe, uccisioni, deportazioni, un calo della popolazione ebraica del 48%. Se si considera solamente il tasso dei morti tra l’inizio del regime della RSI e dell’occupazione tedesca e la fine della guerra (settembre 1943- aprile 1945), la perdita rappresenta il 22,5%.

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