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L’alba di un nuovo Medio Oriente: gli Accordi di Abramo e la voce dell’Arabia Saudita

A cura di Federico Esposito

“Enorme svolta oggi! Storico accordo di pace tra due nostri grandi amici, Israele e Emirati Arabi”. Questo il tweet di Trump riguardo l’avvio dei negoziati sulla normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele e EAU, a cui poco dopo si sarebbe aggiunto anche il Bahrein.

La normalizzazione dei rapporti diplomatici tra questi Paesi è stata ratificata con un accordo ufficiale firmato alla Casa Bianca il 15 settembre 2020 dal premier israeliano Netanyahu, il re del Bahrein Hamad bin Isa Al Khalifa e il principe di Abu Dhabi Mohammed bin Zayed Al Nahyan. L’auspicio di Trump è che questo accordo inauguri una nuova era di stabilità per il Medio Oriente.

Tuttavia, le reazioni internazionali non sono state tutte positive, soprattutto a seguito dell’ennesimo raid aereo israeliano contro Gaza perpetrato proprio all’indomani della ratifica dell’accordo di normalizzazione. A sentirsi traditi dai loro stessi fratelli musulmani sono anzitutto i Palestinesi, come espresso dalla condanna ufficiale del presidente dello Stato di Palestina Mahmoud Abbas. Egli rifiuterà ogni tipo di accordo fino al ritiro definitivo delle truppe israeliane dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania, ristabilendo i confini de facto precedenti alla “Guerra dei sei giorni” del 1967.

Non si sono fatte attendere nemmeno le aspre critiche del presidente turco Erdoğan, che ha parlato di “tradimento della causa palestinese”. Il presidente iraniano Rouhani, invece, accusa i due regni arabi di “complicità con i crimini di Israele”.

Al di là dei giudizi positivi e negativi in merito a queste trattative, è innegabile che si tratti di un accordo storico. Ciò è stato possibile solo grazie alla mediazione della politica estera statunitense, di cui Trump si fa fiero portavoce, forse intimorito dai sondaggi elettorali.

La normalizzazione dei rapporti fra Israele EAU e Bahrein rappresenta non solo una svolta nel processo di riappacificazione tra il mondo arabo e lo stato giudaico, ma anche un’assoluta novità. Questi, infatti, sono i primi due Paesi del Golfo Persico a intrattenere relazioni diplomatiche ufficiali con Israele.

Seppur fermi sulla loro posizione, che lega il riconoscimento ufficiale di Israele alla creazione definitiva di uno Stato palestinese, il Kuwait e l’Oman accolgono favorevolmente la notizia della normalizzazione. In controtendenza invece è l’emirato del Qatar, che rigetta qualsiasi possibilità di iniziativa diplomatica con Israele.

A questo punto la domanda sorge spontanea: qual è il commento dell’Arabia Saudita, da Paese principale del Golfo e leader del mondo arabo-sunnita?

Il peso politico ed economico dell’Arabia Saudita ha sempre influenzato le questioni più spinose del Medio Oriente ed ancora una volta, per il conflitto arabo-israeliano, le politiche saudite potrebbero ridefinire gli equilibri regionali.

La chiave per una nuova evoluzione dei rapporti interregionali potrebbe essere la comune rivalità nei confronti dell’Iran. Questa, insieme ad una possibile alleanza comune contro la Repubblica Islamica, si conformerebbe all’attuale visione statunitense in politica estera.

Sebbene il Bahrein sia stato felice di concedere l’utilizzo del proprio spazio aereo per i voli tra Israele e gli Emirati, il principe saudita Mohammed bin Salman ha affermato che il riconoscimento ufficiale di Israele avverrà quando vi saranno le condizioni per un accordo proficuo per entrambe le parti. A suo dire “anche gli Israeliani hanno diritto di vivere nella loro terra in pace ma in condizioni di un accordo di pace che assicuri stabilità per tutti, quindi anche per i Palestinesi”.

Ci sono, però, segnali evidenti che il Regno Saudita si stia preparando per un possibile negoziato e che stia temporeggiando affinché i sudditi accolgano nel miglior modo possibile la notizia. Secondo l’accademico Marc Owen Jones dell’Istituto di Studi Arabi e Islamici presso l’Università dell’Exeter, la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i due Paesi arabi ha permesso all’Arabia di testare sulla sua popolazione la reazione alla notizia; e nel frattempo di elaborare strategie mediatiche per ricevere consensi per un possibile accordo.

Non a caso, quello che è stato etichettato come il “sermone della normalizzazione”, è andato in onda sulla tv pubblica saudita il 5 settembre (tre settimane dopo l’annuncio della normalizzazione). Abdulrahman al-Sudais, l’imam della Grande Moschea di La Mecca, ha parlato di come “il profeta Maometto fosse buono con i vicini ebrei e di quanto sia importante trattarli con amore”, in controtendenza con le passate dichiarazioni in cui l’imam pregava per la vittoria dei Palestinesi contro “l’invasore”.

Gli accademici affermano che l’ultimo sermone dell’imam non serva ad altro che a scuotere l’opinione pubblica per tentare di legittimare un futuro e sempre meno improbabile accordo con lo Stato di Israele.

Tuttavia, come si può apprendere anche dalle parole del re saudita Salman bin Abdulaziz, l’Arabia Saudita sarà disposta alla negoziazione di normalizzazione solo a seguito di una soluzione giusta e permanente per i Palestinesi, coerente con l’“Iniziativa di Pace Araba” sottoscritta dalla Lega Araba al vertice del 2002. Questa prevede il pieno ritiro di Israele dai territori occupati con la “Guerra dei sei giorni” del 1967; ossia la completa liberazione della Cisgiordania, della Striscia di Gaza, delle Alture del Golan e la proclamazione dello Stato di Palestina con Gerusalemme Est capitale. Purtroppo Israele ha più volte rigettato questa proposta. Indubbiamente la strada verso la risoluzione definitiva del conflitto arabo-israeliano è ancora lunga, tortuosa, e soprattutto incerta per le sue eventuali conseguenze.
Se l’Arabia dovesse stringere un accordo, rispetterà la difesa degli interessi dei Palestinesi o sarà solo dettato dalla strategia diplomatica e militare contro la minaccia iraniana? E soprattutto, quanto potrebbe essere stabile un accordo siglato solo in termini strategici?

La comunità internazionale dovrebbe considerare i profondi cambiamenti che attualmente stanno investendo il Medio Oriente ed impegnarsi per evitare accordi di pace irrisori e sbrigativi, che in futuro potrebbero scatenare un nuovo conflitto.

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