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Libano: il fallimento di uno stato

A cura di Asia Palla e Fabiana Masala

La notte del 17 Ottobre 2019, ha avuto inizio la rivoluzione sociale in Libano. Persone appartenenti a sette diverse, con ideali contrapposti, generazioni e classi di tutti i tipi, accomunate da un unico sentimento, per ribaltare le sorti della nazione, stanche della condotta del governo, corrotto e iniquo fin dal suo stabilirsi: ad aggravare il tutto è la frammentazione dello stesso, alla continua ricerca di favoritismi, derivanti dalle alleanze strette con le potenze internazionali e locali.
Il clima di forte tensione non mostra alcun bagliore di una soluzione, quantomeno parziale, alle varie problematiche. Il popolo è stanco dell’immobilismo del governo, e questo lo è a sua volta, dal momento che, forse per la prima volta nella storia delle rivoluzioni del paese, risulta essere impotente: neanche più la repressione con la forza riesce a inibire le masse protestanti.
Se mai vi domandaste se tutto il mondo sia a conoscenza della questione, la risposta è sicuramente no; la maggior parte di giornali, riviste, canali radio, nonché gran parte del web, si limita a riportare le canoniche notizie ilari del giorno, tralasciando molto spesso quella che è la vita contingente. La realtà è molto altro: è anche conoscere la sofferenza, la perdita dei punti di riferimento, il tradimento di una nazione.
Il sistema politico settario vige dagli anni ’90, anni solcati solo ed esclusivamente da una successione sistematica delle medesime élite al potere: in particolare, possiamo individuare diciotto sette ufficialmente riconosciute, che rappresentano uno dei motivi principe della protesta. I manifestanti, infatti, chiedono la rimozione di tali élite, ma soprattutto lottano per la revisione del sistema di suddivisione del potere. Tutto ciò è grave e non solo a livello ideologico: l’inefficienza governativa si proietta su dati e accadimenti che hanno segnato, e che tutt’ora segnano, il paese. Ricordiamo, ad esempio, la fortissima esplosione avvenuta il 4 Agosto 2020 nel porto di Beirut, causata da prodotti chimici illegalmente conservati per troppo tempo: le forze al potere, per la loro negligenza, non li hanno dislocati altrove. Conseguenze di ciò non sono state soltanto le migliaia di morti e feriti, che hanno portato al sovraffollamento degli ospedali, ma anche i forti terremoti causati dall’esplosione, l’elevata presenza di nitriti tossici nell’aria, il debito pubblico salito a più di 15 miliardi, i disturbi post-traumatici.
Ad oggi la situazione non è migliorata: la tassa di cambio valuta è aumentata a dismisura (LBP/USD: da 1,507.5 a 8,000), la povertà ha subito un incremento di percentuale dal 28% al 55%n insieme all’inflazione degli alimenti che ha subito picchi elevatissimi (dal 1.18% al 367%); sono stati imposti limiti nel prelievo di LBP ed è stato vietato prelevare in dollari; infine, Hariri, uno dei leader politici più influenti, dimessosi il 29 Ottobre dell’anno scorso, si sta ora preparando per tornare in campo.
Visti e considerati i dati trascritti, e dopo aver informato, nel nostro piccolo, sull’argomento, il nostro invito è in primis quello di sensibilizzare il più possibile alla lettura e alla successiva conoscenza di nuove tematiche.

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