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“Sull’orlo di una crisi globale, io non ho diritto ad abbandonare i bielorussi”, sono le parole pronunciate da Andreij Lukashenko, attuale presidente della Bielorussia, subito dopo l’insediamento avvenuto “in segreto” lo scorso 23 Settembre. Ed è proprio sull’orlo di una crisi sociale del genere che Lukashenko non abbandona la presidenza dopo 26 anni ininterrotti di potere assoluto.

Anni segnati da una sistematica repressione dell’opposizione e da un potere opprimente ed assoluto. Già nelle elezioni precedenti (Lukashenko vinse in media con l’80 % di voti) vi erano state segnalazioni di votazioni nazionali che non rispettavano la parzialità del giudizio.

Intanto a Minsk, capitale della Bielorussia, le strade bruciano di bianco e rosso. Donne, bambini, lavoratori e studenti sono riversati in piazza a protestare contro il loro attuale presidente. Una rivolta sociale (che ricorda per certi versi quella di Budapest del 1956), che continua dal 9 Agosto scorso, quando le elezioni presidenziali diedero vincitore per la sesta volta di fila Lukashenko.

Anche oggi il bollettino che è trapelato è sconcertante. Più di seicentotrenta arresti, tra i quali spicca il nome di Maria Kolesnikova, capo della campagna elettorale del candidato (non ammesso) Viktor Babariko, nonché alleata di Svetlana Tikhanovskay. Maria è l’ultima oppositrice non ancora esiliata dal suolo bielorusso: fu sequestrata il 7 settembre e successivamente portata nel carcere di isolamento della capitale. Secondo quanto dichiarato dalle autorità bielorusse la Kolesnikova è stata arrestata dopo “una rocambolesca fuga verso il confine.”

L’UE è una spettatrice passiva e registra nella sua lista nera la Bielorussia. Diversi capi politici dei 27 paesi membri si sono dichiarati apertamente contro il regime politico della nazione dell’est Europa, usando toni duri di netto distacco sulle decisioni prese fino ad ora. “Lukashenko non è nella lista delle sanzioni, ma continueremo a monitorare la situazione”:queste le parole di Charles Michel, attuale presidente del Consiglio Europeo. Una mancata presa di posizione dell’Europa, unita alle mire espansionistiche russe e all’insufficente attenzione dei mass media ha portato a continue violazioni dei diritti umani e politici.

Ciò che sta accadendo fa riflettere sulla pressione che l’attuale governo sta esercitando su un popolo ormai stanco e privato di qualsiasi libertà decisionale. C’è molto altro dietro la figura baffuta e severa dell’attuale presidente.  

“L’ultimo dittatore d’Europa”, com’è stato definito, s’inserisce in un contesto politico-commerciale più ampio, aperto anche a Russia e Cina. Era prevedibile che le due nazioni non si sarebbero espresso sull’attuale stato di cose. I rapporti con la Russia hanno avuto alti e bassi nel corso degli anni e sono stati segnati da screzi, accantonati in vista di obbiettivi di lungo termine che interesserebbero gran parte dell’Oriente. Inoltre, in Bielorussia il sentimento “anti-russo” non è mai stato così forte come in Ucraina o in Georgia. L’avvicinamento alla Nato della Bielorussia comporterebbe per Putin la perdita di un’area di influenza. Questa scelta minerebbe il successo di Putin nell’eventualità di un imminente scontro fra Occidente ed Oriente. La restaurazione della nuova Via della Seta, usata un tempo come sentiero di scambio commerciale tra l’impero romano e i paesi orientali, porta tra gli effetti negativi anche queste circostanze politiche. II dittatore simbolo della lotta contro la libertà democratica è ben voluto sia dalla Russia di Putin che dalla Cina comunista di Xi Jinping. Cina e Russia sono entrambe interessate ad assicurarsi il controllo economico sull’Europa, sfruttando in maniera strumentale l’attuale focolaio di crisi in Bielorussia.

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