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Brexit: a che punto siamo?

A cura di Daniele Santaroni

Alle 00.00 del 31 gennaio 2020 a Bruxelles, nell’aula del Parlamento Europeo, è andato in scena l’ultimo atto istituzionale tra Regno Unito e Unione Europea. Infatti, la seduta ha visto l’approvazione da parte del Parlamento Europeo del testo sul recesso della Gran Bretagna dall’UE.

La proclamazione dell’esito da parte del Presidente David Sassoli è stata romanticamente seguita dal canto “For auld lang syne”, intonato da alcuni parlamentari scozzesi. Quest’ultimo, noto come “Valzer delle candele”, rappresenta l’ultimo saluto che alcuni deputati hanno voluto dedicare agli amici europei. La canzone sottolinea così la fine di un rapporto, durato oltre 40 anni, che d’ora in avanti priverà l’Unione Europea di 66 milioni di cittadini, un Premier, 73 euro-deputati e un pezzo di storia europea. Risulta interessante notare come, successivamente alla seduta, la reazione dei parlamentari britannici non è stata la medesima. Se, da un lato, i sostenitori della Brexit come Nigel Farage hanno sorriso soddisfatti per il “successo” appena conquistato, dall’altro, ve ne sono stati altri come la parlamentare Molly Scatt Cato che, contraria all’uscita dall’Europa, ha trattenuto a stento le lacrime. Quindi, dopo oltre tre anni e mezzo dalla vittoria del “leave” al referendum del 2016, si è concluso definitivamente il periodo relativo all’accordo formale sulla recessione e se ne è aperto un altro, ancora più delicato. Il primo febbraio si è infatti avviata una fase di transizione con l’obiettivo di regolare le future relazioni tra i due attori che si concluderà, salvo nuovi accordi, il 31 dicembre. A distanza di quasi due mesi dallo scadere del termine, le questioni aperte sono numerose. Vediamo quali.

Il 1° febbraio, come appena ricordato, è iniziato un periodo volto a definire le future relazioni in campo commerciale, scientifico e culturale tra l’Unione Europea e la Gran Bretagna. La prima ha affidato la negoziazione a Michel Barnier, commissario europeo, mentre la seconda a David Frost, stretto collaboratore di Boris Johnson. Come accaduto per l’approvazione del testo sull’accordo di recesso, anche questa fase sta vedendo numerose difficoltà su alcuni punti chiave. Le questioni principali sono: il mercato interno e l’organo che in futuro risolverà eventuali controversie e la pesca. La prima questione ha visto nell’ultimo periodo forti divisioni e un possibile casus belli. La Gran Bretagna vorrebbe, infatti, continuare a partecipare al mercato unico senza dover essere sottoposta al regime degli aiuti di Stato ma l’UE è disposta ad accettare il tutto solo purché quest’ultima si impegni a ridurre a zero il “dumping”, ovvero la permanenza di standard sociali e ambientali più bassi che le permettono di avere una maggiore competitività di mercato. Ma a far crescere la tensione è stata l’approvazione di una legge sul mercato interno alla Camera dei Comuni, nota come “Internal Market Bill”. Quest’ultima viola l’articolo 5 del testo dell’accordo sul recesso che afferma che le parti adottano le misure necessarie all’adempimento degli obblighi derivanti dal trattato e si astengono da qualsiasi misura che possa comprometterne il raggiungimento. Il comportamento della Gran Bretagna ha provocato l’ira della controparte europea, tanto da portare la Commissione Europea a intraprendere un’azione legale nei confronti del governo britannico per violazione di una legge internazionale. Oltre alla violazione dell’accordo, la legge andrebbe a introdurre alcune disposizioni in merito ai rapporti tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, i quali sono storicamente regolati dai c.d. “accordi del venerdì santo” e recentemente disciplinati da un protocollo speciale all’interno del patto di divorzio. Se gli “accordi del venerdì santo” escludevano la presenza di barriere o dogane tra le due Irlande, il nuovo protocollo prevede che qualora una merce di provenienza inglese, debba arrivare in Irlanda, il passaggio tra Irlanda del Nord e l’Eire è assoggettato a controlli e adempimenti doganali prevedendo, inoltre, che in caso di mancato accordo tra Regno Unito e UE, il suddetto passaggio viene subordinato al pagamento di alcuni dazi. Il protocollo è stato un duro colpo per Johnson e alleati. Così, con l’approvazione dell’Internal Market Bill, Boris Johnson ha messo in discussione questo principio, prospettando la possibilità per la G.B. di eludere le regole doganali europee nell’Irlanda del Nord, arrivando a prevedere, in caso di mancato accordo finale con l’UE, un’interpretazione estensiva degli aiuti di stato alle imprese e il rifiuto di seguire le regole dettate dalla Corte di Giustizia. Il ruolo di quest’ultima, rappresenta un altro nodo da sciogliere in quanto con il recesso della G.B. sarà molto difficile poter vedere questa Istituzione decidere in merito alle future controversie tra il Regno Unito e l’Unione Europea. La situazione appare critica.

Il secondo scontro si sta sviluppando, invece, intorno alla pesca e alla futura normativa da applicare a questo ambito. Il diritto di pescare, infatti, può essere esercitato pienamente nelle acque degli altri Paesi, ma è soggetto a due restrizioni: il mare territoriale dell’altro Stato (12 miglia) e le regole stabilite anno per anno dai Ministri europei. Il recesso della Gran Bretagna dall’UE permetterà però a quest’ultima di esercitare un controllo esclusivo su una fascia di 200 miglia (nota come Zona Economica Esclusiva), provocando così il malcontento di numerosi stati. Vi sono infatti alcuni Paesi come Danimarca, Paesi Bassi e in particolare la Francia che, traendo cospicui vantaggi dalla disciplina vigente (quasi la metà del pescato britannico viene catturato da questi tre stati) chiedono una continuazione delle regole attuali. Il Regno Unito, almeno inizialmente, ha fatto muro ed ha escluso categoricamente un mantenimento della normativa in essere ma, la prospettiva di perdere buona parte del mercato del pesce, li sta facendo riflettere. Anche la Francia, dopo aver negato fortemente che i pescatori francesi potessero rappresentare una pedina di scambio per la Brexit, ha abbassato i toni tant’è che recentemente, il ministro francese per gli affari europei Clement Beaune, ha comunicato che è fondamentale trovare una “soluzione che rispetti entrambi gli interessi”. L’augurio è quindi quello di trovare un accordo che permetta a entrambe le parti di uscirne soddisfatte evitando, così, di lasciare la questione irrisolta o addirittura permettere che essa comprometta l’intera negoziazione, in quanto il mancato raggiungimento di una soluzione comune in questo ambito provocherebbe la caduta dell’intero accordo. Un finale che nessuno desidera.

Quindi, a distanza di meno di due mesi, Gran Bretagna e Unione Europea sembrano ancora lontani dal trovare un’intesa.

Davvero la Gran Bretagna è pronta a disattendere un trattato internazionale?

L’UE è disposta ad arrivare a un non accordo?

Ancora nulla è deciso, ma la stabilità delle relazioni tra Gran Bretagna ed Unione Europea rientra nell’interesse di tutti. La Gran Bretagna, rimanendo nel mercato unico, trarrebbe non pochi benefici economici e l’UE, oltre a rimanere legata, seppur parzialmente, a un forte partner commerciale, potrebbe spingersi ancora più in là nel processo di integrazione. Inoltre, i futuri rapporti tra le due Irlande, storicamente delicati, hanno una grossa rilevanza come ha dichiarato anche il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il quale ha escluso categoricamente che la soluzione della Brexit possa minare la stabilità data dagli “accordi del venerdì santo”.

In conclusione, le possibilità di trovare un accordo finale non sono tantissime ma da qui al 1° gennaio tutto può ancora cambiare.

Brexit, deal or no deal concept. United Kingdom and European Union flags on dice, black background. 3d illustration

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