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POLVERE DI VITE E DI OSSA

A cura di Greta Di Cicco

Ci sono stati momenti della storia in cui è stato difficile credere negli essere umani. 

Oggi, 27 gennaio, è la Giornata della Memoria, istituita per ricordare le vittime della Shoah. Una parola che significa “tempesta devastante”, una tempesta non così lontana nel tempo. 76 anni fa veniva liberato il primo campo di concentramento in cui erano state sterminate più di un milione di persone per puro odio razziale.È stato definito crimine contro l’umanità o “Olocausto”, altra parola che si utilizza spesso senza sapere che significa “bruciato per intero”. 

Il 27 gennaio di 76 anni fa venivano infatti abbattuti i cancelli di Auschwitz.

L’orrore dei campi di concentramento, le motivazioni giustificanti che furono date, si rinchiude proprio nel termine “olocausto”. Non tutti i prigionieri morirono bruciati nei forni, ma a tutti fu sicuramente bruciata la propria identità di uomini e di donne. La disintegrazione dell’essere in quanto tale, il declassamento dell’essere umano a una specie inferiore indegna di vivere è ciò che ha spinto molti a trattare quelle persone come fossero animali, o forse anche peggio, come fossero niente. La devastazione psicologica dovuta alla vita nei campi portava le vittime stesse a non riconoscersi più. Non erano più un nome, una madre, un padre, un insegnante, un musicista, erano “non umani” in grado di respirare e in quanto tali potevano essere eliminati senza alcun ritegno. Erano ossa costrette a spezzarsi compiendo lavori “socialmente utili” in condizioni disumane.

L’identità di quelle persone doveva essere annientata per essere sostituita da un numero inciso sulla pelle e sulle divise, capi indossati di volta in volta da nuove future vittime, come se nemmeno quel “pigiama a righe” potesse essere un segno unico e di riconoscimento. Qualcosa a cui aggrapparsi o in cui identificarsi.La Shoah è stata una vera e propria tempesta in grado di incenerire e bruciare la vita, l’identità, la personalità di milioni di persone.

In un altro campo di concentramento, Bergen-Belsen, quello dove morì anche Anna Frank, furono deportati ebrei, rom, testimoni di Geova, omosessuali. Tale campo venne liberato dagli inglesi il 15 aprile del 1945.60000 prigionieri moribondi, più di 30000 donne irriconoscibili,  la cui identità di donne cancellata.

In questo campo avvenne qualcosa di inaspettato, apparentemente insensato, assurdamente umano, come testimoniato dal tenente colonnello Mervin Willerr Gonin, tra i primi soldati britannici ad entrare in quel campo. Scrive “io non sono in grado di fornire una descrizione adeguata del campo dell’orrore in cui io ed i miei uomini avremmo trascorso il mese successivo. Cadaveri ovunque, impilati, stesi, da soli o in coppia. Ci volle tempo per abituarsi a vedere donne e bambini che crollavano a terra senza forze. Ci si doveva abituare all’idea che l’individuo non contava nulla. Ne morivano circa 500 al giorno. Non era facile. Si vedevano donne troppo deboli per stare in piedi. Poco dopo l’arrivo della croce rossa britannica, fu consegnata una grande partita di rossetti. Non era quello che immaginavamo e nessuno sa chi sia stato a chiederlo. Fu l’operato di un genio. Le donne giacevano nei letti prive di lenzuola o camicie da notte, ma con labbra rosso scarlatto. Finalmente qualcuno si era adoperato per farle tornare individui. Erano qualcuno e non solo più il numero tatuato sul braccio. Potevano interessarsi del loro aspetto vedendosi restituiti i primi brandelli di umanità.”

Quel rossetto aveva il colore del sangue che in quei campi scorreva senza fine, ma anche il ricordo di una normalità di cui erano state private fino a dimenticarsene. Potersi mettere il rossetto significava dire “io sono ancora un essere umano”. Mettere il rossetto significava stendere sulle proprie labbra la consapevolezza dell’orrore vissuto e la speranza di poter scappare via. Distrutti si, ma ancora vivi.

I sommersi e i salvati”, così come li ha definiti Primo Levi, sono state le vittime di un’esperienza atroce, ma non rara nella storia.

Sarebbe bello se ogni giorno e non soltanto il 27 di gennaio di ogni anno, ci si ricordasse di sottolineare col rossetto, come fosse un evidenziatore, ogni orrore della storia in cui si ha il dovere di non ricadere. Sarebbe bello se ogni traccia di rossetto  fosse una linea di demarcazione tra un passato abominevole e un futuro che ne sia il più distante possibile. 

In tempi recenti, un paio di scarpe rosse sono divenute il simbolo della violenza sulle donne, il colore rosso che torna come un filo che lega la volontà di ricucire brandelli di ricordi della propria femminilità umiliata, violentata, annientata.

Sarebbe bello se anche nel 2021 mettere il rossetto, non fosse una routine quotidiana, ma un gesto d’amore verso chi in quello stesso gesto ha potuto trovare la propria salvezza.

La salvezza dalla vita, non della persona. 

Perché che siano sommerse o salvate, le vittime che hanno calpestato la polvere umana dei campi dì concentramento, hanno perso se stessi nel momento in cui ci sono entrati. Tutti quelli che ce l’hanno fatta hanno dovuto inevitabilmente affrontare i traumi postumi di una esperienza del genere. Hanno avuto la possibilità di avere una seconda vita, sebbene non abbiano scelto loro di perdere quella che gli era stata destinata.

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