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Pillole di Drafting: Pietro Carluccio intervista il Prof. Giovanni Piccirilli

A cura di Pietro Carluccio

Giovanni Piccirilli, oltre ad essere un professore di Diritto Costituzionale in LUISS, è anche coordinatore del Corso di Perfezionamento in Drafting legislativo nell’ambito della LUISS School of Law, è stato assistente parlamentare, consulente del Comitato per la legislazione della Camera dei Deputati, assistente legislativo e stagiaire presso l’ufficio dello Speaker del senato Federale del Canada: abbiamo colto l’occasione della sua partecipazione al progetto “Drafting Experience” per potergli fare qualche domanda in merito al progetto stesso e alle sue esperienze, nonché riguardo la sua opinione sulla didattica a distanza, per poter conoscere il punto di vista di un professore universitario.

Lei è coordinatore del Corso di Perfezionamento in Drafting Legislativo.

Quanto quel corso, secondo lei, ha in comune con il progetto “Drafting Experience” e cosa ci consiglia per perfezionare quest’ultimo?

Innanzitutto apprezzo molto che ci sia una comunità di studenti all’interno della nostra università che fin dal percorso universitario si interessa a questi temi, essendo anche la LUISS un ateneo che offre molte opportunità post laurea, come il Master “Parlamento e politiche pubbliche” della “School of Government”, il Corso di Perfezionamento in Drafting Legislativo della “School of Law” e il Master “Relazioni istituzionali e lobby” della Business School: tutti prodotti che riservano una particolare attenzione al drafting. L’anno scorso il vostro progetto mi piacque, fu una bella iniziativa. Il mio consiglio nell’avviare questa nuova edizione è di concentrare gli sforzi sulle simulazioni e le esercitazioni, dato che il pregio dell’iniziativa sta proprio nel differenziarsi dall’insegnamento a lezione. Avendo voi coinvolto operatori del settore, come con l’ottimo coinvolgimento degli assistenti parlamentari, un modo per valorizzare il progetto sarebbe concentrarsi il più possibile su attività pratiche.

È stato assistente parlamentare, consulente del Comitato per la legislazione della Camera dei deputati e assistente legislativo presso la stessa: quanto è difficile provare a trasmettere tutto quello che ha imparato in un solo incontro di poche ore?

Questo ovviamente sarebbe impossibile: quello che provo a fare è offrire degli spunti di riflessione su di un caso specifico, ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari, e andare a discutere con i ragazzi di quali possano essere le implicazioni sulla funzione normativa, quindi sul drafting legislativo. Quello che posso trasmettere è dunque il metodo, l’approccio: come accostarsi a esperienze di quel tipo, qual è il rapporto tra tecnica e politica, che differenza c’è tra studiare un tema e lavorare su quel tema.

È stato anche stagiaire presso l’ufficio dello Speaker del Senato federale del Canada: le è piaciuto di più o di meno delle sue esperienze in Italia e cosa “ruberebbe” al sistema canadese?

Innanzitutto, al riguardo, consiglierei ai ragazzi di andare a fare anche delle esperienze all’estero: in un’università che fa scienze sociali, indipendentemente dalla facoltà, svolgere parte del proprio percorso all’estero sia negli anni universitari, come con l’Erasmus o la summer school, sia dopo l’università, è quasi un obbligo per un buono studente perché è un’esperienza formativa importante.

Al Senato Canadese “ruberei” ben poco, perché è una camera di nomina governativa, con pochissimi poteri, dove vengono “parcheggiati” leader politici locali o nazionali “trombati”: non è qualcosa di auspicabile per un buon sistema; però una cosa buona il Senato Canadese la ha: proprio perché è politicamente debolissimo, non essendo eletto, cerca di dare un contributo di riflessione tecnica. Il Senato Canadese viene utilizzato per veicolare attraverso organi politici, quale esso stesso è, anche la riflessione sulla qualità tecnica dei prodotti: la missione, si potrebbe dire, che in Italia ha il comitato per la legislazione, un organo politico, composto da deputati, ma che cerca di veicolare anche la voce dell’amministrazione nella Camera dei Deputati.

 Lei è stato ospite anche l’anno scorso, quando il progetto si teneva in presenza. Quanto ha impattato la pandemia e quali, secondo lei, sono le differenze più rilevanti tra le due esperienze?

Secondo me la didattica a distanza, a livello universitario e post universitario si può fare benissimo: anzi, semplifica tante cose. Bisogna certo lavorarci molto prima, sia per quanto riguarda il docente sia per quanto riguarda gli studenti, ma soprattutto attività come questa possono essere utili per far riflettere su determinati argomenti: ad esempio, interrogarsi sulla vera natura della riforma Costituzionale che abbiamo votato con il referendum di settembre. Intendo: chiedersi se sia solo una modifica sul numero dei parlamentari e sulla struttura del parlamento o se abbia avuto ricadute sulla funzionalità e quali siano, se siano positive o negative, se servano altre riforme in merito ai regolamenti o alla legge elettorale, prendere il risultato del referendum come un punto di partenza, insomma.

Per riprendere il discorso, la didattica a distanza viene molto bene per i corsi assolutamente di base, perché è una didattica frontale, crea più che altro un problema di ambientamento per lo studente al primo anno che si trova catapultato all’università svolgendo lezioni in parte in presenza e in parte a distanza dopo aver svolto le ultime lezioni al liceo sostanzialmente a febbraio: passando dal liceo all’università, lo studente dovrebbe cambiare atteggiamento nei confronti dello studio ed è un bel rischio trovarsi con le matricole di quest’anno costrette a frequentare buona parte dei corsi solo online. L’anno scorso è stato imprevisto e parte degli studenti, durante il secondo semestre, un po’ per mancanza di abitudine da parte di noi docenti, un po’ per oggettiva difficoltà, data l’imprevedibilità degli eventi, hanno perso interesse per le materie trattate e per la frequenza ai corsi. Una volta imparato il meccanismo, però, e dopo un po’ di pratica, la didattica a distanza per iniziative come questa può funzionare. Mi spiego meglio: per iniziative che si svolgono su base volontaria, con lo studente che ha scelto di venire, e che hanno un taglio concreto, la distanza funziona bene. Non dico che funzionino meglio che in presenza, ma se c’è un’interazione, la didattica a distanza funziona: per esempio, il corso di perfezionamento in drafting, che è un corso per persone che già lavorano nel settore delle relazioni istituzionali (lobbisti, assistenti parlamentari, collaboratori dei gruppi parlamentari, eccetera), essendo un corso con poche persone estremamente motivate, a distanza viene comunque molto bene. I corsi che vengono peggio a distanza, secondo me, sono quelli degli anni centrali del percorso universitario: quelli che vengono meglio, al contrario, sono quelli con un rapporto molto asimmetrico (il docente parla e lo studente ascolta), come al primo anno, o molto partecipato, come all’ultimo anno. È solo la mia esperienza, ed io tengo corsi più che altro al primo e al secondo anno, quindi potrei essere fuorviato da questo, ma secondo me iniziative come la Drafting Experience vengono molto bene, se preparate opportunamente da chi organizza e se approcciate in modo propositivo da chi partecipa. In sostanza, puntare sull’interattività dovrebbe limitare i danni fatti dalla situazione a cui siamo costretti.

Per concludere, cosa consiglierebbe ai ragazzi interessati ad un percorso lavorativo nell’ambito legislativo?

Prima di tutto, bisogna avere almeno un’infarinatura di procedura parlamentare: se si ha la possibilità, seguire il corso di Diritto delle assemblee elettive oppure studiare in autonomia l’argomento, perché il drafting, almeno per come lo insegniamo nel Corso da me coordinato, non è tanto un’attività per linguisti, che guarda alla qualità del prodotto normativo, quanto piuttosto per proceduralisti. Le leggi si devono scrivere, ma non si scrivono come una lettera, si discutono sempre, che sia all’interno del parlamento o del governo, quindi sono sempre deliberazioni collegiali: bisogna conoscere le procedure, essere capaci nell’uso delle parole, conoscere bene la lingua Italiana. Tutti i corsi organizzati dall’università sulle soft skills, i corsi di scrittura, sono iniziative utilissime. L’ultima cosa che serve, poi, è una grande conoscenza della materia di intervento: non è possibile pensare di essere un lobbista o di occuparsi di drafting a prescindere da quale che sia la materia, perché per poterlo fare bisogna conoscere benissimo l’ambito nel quale si lavora. Di regola si arriva alle relazioni istituzionali occupandosi prima di un settore, lo si conosce, si va avanti e dopo di che ci si comincia ad occupare di come cambiarlo.

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