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Beppe Grillo e il victim blaming

A cura di Ludovica Lasconi e Alessandro Colletta

“Victim-blaming e cultura dello stupro sono superficialmente considerate l’ennesima scusa utilizzata dalle femministe per screditare ulteriormente il genere maschile, avvalendosi di questi concetti astratti e, diciamolo, infondati per colpevolizzare la società maschilista”.

Niente potrebbe essere più falso e il famoso comico e politico Beppe Grillo lo ha reso chiaro in soli 2 minuti di video, nel quale cercava di difendere il proprio figlio.
Il ventenne Ciro Grillo, figlio di Beppe Grillo, si è trovato al centro di un’inchiesta giudiziaria in cui sono coinvolti anche altri tre suoi amici. L’accusa dalla quale deve difendersi non è affatto leggera: si tratta di violenza sessuale, avvenuta, secondo la procura, nella casa di Beppe Grillo a Porto Cervo, nei confronti di due ragazze, quasi due anni fa.

La procura di Tempio Pausania ha accusato i quattro ragazzi di aver costretto una ragazza ad avere rapporti sessuali nella camera da letto, dopo averla obbligata, afferrandola per la testa, a bere mezza bottiglia di vodka. Alcune fotografie e video ritrovati sui cellulari dei ragazzi testimoniano la vicenda avvenuta, che vede come protagonisti proprio il signor Ciro Grillo e i suoi amici. Queste stesse prove sono state “sfruttate” dal padre dell’imputato, ex capo del movimento 5 stelle, non solo per accusare velatamente la procura, ma anche per cercare di giustificare il comportamento del figlio e dei suoi amici, ergendoli a “coglioni”, come definiti nel video, e negando la considerazione dell’opinione pubblica che li ritiene stupratori.

Ciononostante, indipendentemente dalle posizioni popolari assunte dall’opinione pubblica, i giornali non si possono affatto sostituire alla magistratura: la Costituzione Italiana, nell’art.27co.2, afferma il principio secondo il quale l’imputato non è considerato colpevole sino alla sua condanna definitiva. Quindi, siccome lo status dell’indagine delinea la ragazza come “presunta vittima” e Ciro Grillo come “presunto colpevole”, nessuno ha il diritto o il potere di definirli in maniera diversa, soprattutto testate giornalistiche e personaggi pubblici che possiedono il potere di raggiungere un vastissimo numero di persone.

Proprio per questo, il fatto che ha creato scandalo e scalpore sono state le dichiarazioni assurde e dirette esposte da Beppe Grillo il 19 Aprile in un video pubblicato su varie piattaforme social.
Il comico, nel difendere il figlio, si è ritrovato ad accusare i giornali di aver dato dello stupratore a Ciro Grillo. Accusa oltretutto infondata, in quanto i vari giornali si sono limitati a riportare l’indagine in corso riguardante Ciro Grillo e la sua accusa di stupro. Da quanto emerso dal video, Grillo non ha considerato un fattore fondamentale: l’enorme differenza tra l’essere colpevole di stupro ed essere indagato per stupro… di mezzo ci stanno un’accusa, una difesa e un processo che definisce la colpevolezza o la non colpevolezza dell’imputato. 

Ma ciò che ha destato più indignazione e ribrezzo è stato il fatto che Beppe Grillo ha definito “strana” la decisione della ragazza di sporgere denuncia otto giorni dopo il presunto stupro. In questa sola frase il comico ha racchiuso tutto il significato e gli effetti della rape culture e del victim-blaming.
Questi due concetti fondamentali negli studi di genere non solo permettono di analizzare i motivi e i processi mentali alla base di una violenza sessuale, considerando il punto di vista sia di colui/lei che commette sia di colui/lei che subisce abusi, ma anche di comprendere le dinamiche socio-culturali della nostra società. Se da una parte viene normalizzato l’atto di violenza dell’aggressore come desiderio sessuale e possibile fraintendimento, seguendo la rape culture, dall’altra lo stesso viene assolto dal crimine commesso perché la colpa viene attribuita alla vittima, a causa di atteggiamenti, abbigliamento, situazioni particolari, effetto di sostanze, mancata attenzione…
Non solo la vittima ha subito una violenza e si trova nella posizione di dover superare questo trauma, ma deve anche essere pronta ad affrontare un mondo esterno che purtroppo non segue le regole ferree della giustizia – che cerca risposte vere oltre il ragionevole dubbio – ma solo l’interpretazione soggettiva, risultato di una società che diffonde victim-blaming.

Poco importa se questi concetti derivano da una dissonanza cognitiva in un mondo ipotizzato giusto, dalla neutralizzazione del senso di colpa, da una società caratterizzata da <> (Laura Rivolta), dalla cultura del dubbio o dalla società liquida definita da Bauman: il fatto determinante è la realtà e la praticità dei suoi effetti.

Proprio questo concetto si ricollega all’indignazione causata dal video di Grillo: le vittime di abusi sessuali, secondo quanto esposto da psicoterapeuti e psicologi, devono affrontare due fasi, una clinica e una sociale.

Mentre la prima riguarda il superamento del trauma psico-fisico dovuto alla violenza, fase che può durare da giorni ad anni a cause delle differenti e soggettive reazioni di ogni soggetto, la seconda è incentrata su quella che nel contesto del victim-blaming viene definita “colpevolizzazione secondaria”. Non si tratta più esclusivamente dei sentimenti individuali della vittima, tipici della prima fase, ma in questo momento la persona abusata viene resa vittima una seconda volta dall’opinione pubblica, da soggetti esterni, da avvocati, da tabloids, dai media…

Questo clima permeato da questa ossessiva colpevolizzazione della vittima, soprattutto se si tratta di un caso coinvolgente personaggi di rilievo, è l’esatto motivo per cui non è “strano” che la ragazza abbia denunciato l’avvenuto 8 giorni dopo (tra l’altro perfettamente coerente con la riforma del cosiddetto “codice rosso”, che prevede l’estensione del termine entro il quale una vittima di stupro può sporgere querela a 12 mesi).
Non è “strano” che la vittima abbia dovuto superare il trauma di essere stata violata.
Non è “strano” che si sia sentita insicura e confusa, sapendo che avrebbe dovuto affrontare un mondo che avrebbe trovato ogni scusa pur di giustificare un diciannovenne figlio di un comico/politico.
Non è “strano” che si sia presa tempo per elaborare la situazione e per decidere come agire.

E questo ragionamento vale in generale, non solo in questo caso in cui la vittima e il colpevole sono presunti in quanto in attesa di un verdetto giudiziario, ma è valido ogni volta in cui qualcuno cerca di insinuare ignorantemente e immoralmente un dubbio riguardo la colpevolezza o la veridicità di una violenza basandosi sul tempo trascorso tra l’atto e la denuncia.

La pochezza con cui spesso in Italia si affronta una tematica così delicata come la violenza di genere è vergognosa ed è ancora più vergognosa se emerge dalle parole di una persona di rilievo che per quasi 10 anni è stata capo politico del Movimento 5 Stelle e che può raggiungere migliaia di persone.

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