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Cat-calling

A cura di Ludovica Lasconi

<<Possibile che nel 2021 succeda ancora il fenomeno del catcalling? Appena mi tolgo la giacca sportiva perché sto correndo e fa caldo devo sentire fischi, commenti sessisti e altre schifezze. Mi fa schifo e se sei una persona che lo fa, mi fai schifo>>. Queste sono le parole pronunciate da Aurora Ramazzotti in un video postato sul suo profilo che ha scatenato un’importante diffusione e svariati commenti da parte di influencers e molte altre personalità note. Parole che dovevano suscitare consapevolezza e sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo questa pratica, sono invece state trasformate in motivo di insulti sia verso Aurora Ramazzotti sia verso tutte le persone, soprattutto donne, che sono i principali soggetti di catcalling, che hanno denunciato questo fenomeno. Tra i commenti più diffusi utilizzati da sostenitori del catcalling come mero complimento, si distinguono frasi quali “si dovrebbero ringraziare questi apprezzamenti”, “le ragazze dovrebbero essere grate di riceverli”, “questi apprezzamenti sono volti ad aumentare l’autostima delle ragazze”… La realtà non potrebbe essere più lontana da queste illusioni: il catcalling è un fenomeno volgare cha ha come obiettivo non quello di complimentare la persona soggetta ad esso, bensì di stabilire una superiorità dei “catcallers” che si auto-elevano ad una posizione dominante. Questa illusoria convinzione permette loro di poter giudicare e commentare in qualsiasi modo, spesso con allusioni volgari, persone sconosciute quotidianamente, non capendo l’effetto che questi commenti possono avere sulla psicologia dei soggetti. La categoria principale che soffre maggiormente degli effetti psicologici del catcalling è rappresentata da ragazze adolescenti, che sono più sensibili a tale pratica e più volubili quanto a carattere e atteggiamenti. Un’indagine svolta a livello internazionale dal gruppo statunitense anti-molestie “Hollaback!” In collaborazione con la Cornell University ha dimostrato che l’84% delle donne è stato vittima di “street harassment”, una categoria dei “sexual harassments” che comprende anche il catcalling, prima di compiere 17 anni, dato fondamentale nella comprensione degli effetti dannosi che questo fenomeno provoca nelle vittime. Ansia, disagio e paura sono le maggiori reazioni provate da vittime di catcalling di ogni età, ma quando quest’ultime si trovano nel periodo della pubertà questa esperienza può influenzare, in alcuni casi anche estremamente, la loro mentalità e i loro atteggiamenti, ledendo in molte occasioni la loro libertà. Essere “catcalled” e la mancata individuazione di questo fenomeno come umiliante e aggressivo, induce le vittime ad un “substantial increase in self-objectification” (aumento sostanziale riguardo l’oggettificazione di sé), come riportato dal British Journal of Social Psychology, facendo ricadere la responsabilità di essere vittime di questa usanza su loro stesse, sul loro atteggiamento e sul loro abbigliamento. Il problema fondamentale alla base del cat-calling, come di molti altri atteggiamenti aggressivi, risiede nell’educazione: mentre ancora oggi molti ragazzi non sono coscienti di questa pratica o non ne riconoscono la gravità, le ragazze sin dagli albori dell’adolescenza sono educate al terrore, l’ennesimo tentativo di colpevolizzazione dei soggetti. Mentre gli uomini percepiscono questa pratica come mera e diretta dimostrazione di interesse, come dimostrazione della loro virilità e predominanza sull’altro sesso, le donne sono obbligatoriamente abituate a come evitarlo. Questo comporta non solo una determinate restrizione della libertà femminile nel modo di vestire, nei luoghi e nelle compagnie da frequentare e, soprattutto, negli orari e strade dove spostarsi, ma soprattutto una costante vigilanza sull’ambiente circostante: sguardi, atteggiamenti, passi sono perennemente soggetti dell’attenzione di donne che hanno il “dovere” di essere continuamente all’erta di cosa potrebbe capitare. Nonostante questo possa apparire come un ulteriore discorso volto alla vittimizzazione delle donne che il 20° secolo ha cercato di instaurare nella mentalità comune, in realtà è l’esemplificazione della forza degli stessi soggetti che, sebbene debbano combattere questa estenuante lotta quotidiana, continuano a vivere in questa realtà che neanche riconosce loro tale situazione. Questa forza, seppur degna di elogio, non dovrebbe essere utilizzata in battaglie di terrore e vigilanza, ma nella piena realizzazione dei soggetti, questione realizzabile solo ed esclusivamente quando la mentalità alla base del cat-calling, ossia l’obbligatoria dimostrazione della virilità maschile, cesserà di dominare la società attuale.

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