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IL TEMPO DI ESSER(CI)

Sei il passeggero di una giostra che ruota rapidissima.
Gettone dopo gettone contribuisci all’ irrefrenabile gioco.
Qual è il tempo di fermarsi, senza essere spazzati via?

È il 2021 e le macchine non volano come avevano immaginato sarebbe stato i nostri antenati. Però tante cose sono cambiate e probabilmente in un lasso di tempo troppo limitato per poterle accettare fino in fondo. Dobbiamo capirle, imparare a maneggiarle, ci stiamo ancora facendo amicizia. Non è facile, neppure per noi della generazione zeta, di quelli nati con gli smartphone in mano, ritagliarci il nostro posto in una società che muta con la rapidità di un touch, che corre più veloce di noi, giocando a lasciarci indietro. È lo ancora meno se tutto ad un tratto, una causa di forza maggiore come quella odierna, ci costringe a fermarci, o meglio ancora, a continuare ad occuparci di tutto ciò che facevamo prima, ma da statici.       Il sistema di produzione capitalistico, su cui è incardinata interamente la nostra società e che pone l’utile al centro, come fosse un divo narcisista e noi attorno a fargli la ola e ad accrescere il suo ego, si sta scontrando con l’impossibilità attuale di essere invece produttivi su tutti i fronti. Quale paradosso!                                            Ma non starò qui a ragionare sui grandi sistemi, su cui si spendono i più celebri economisti e pensatori. Quanto mi interessa analizzare, è ciò che tale conflitto di interesse e situazione, sta generando da un punto di vista sociale.  Barricati in casa in seguito all’ennesimo lockdown, ci ritroviamo ancora una volta a mettere in discussione le nostre priorità di essere umano.  

Che uso sto facendo del mio tempo?                                                                               L’Istat ogni 5 anni attua un’indagine per conoscere l’organizzazione dei tempi di vita della popolazione, che nell’arco delle 24 ore può dispiegarsi tra molteplici attività. I dati rilevano che il tempo libero è sempre meno.                                   
In questa folle rincorsa alla sua monetizzazione, tra le cui finalità vi è anche quella di raggiungere condizioni di vita tanto agiate, da potersi permettere degli intervalli in cui restare inoperanti, ne perdiamo di vista il valore.                               La complessità del concetto è da sempre stata oggetto di riflessioni filosofiche e scientifiche. A partire dai presocratici, che concepivano una ciclicità del divenire, in cui dalla natura tutto ha origine e si dissolve e dunque nulla persegue un fine ultimo, in un ritmo sinusoidale che deresponsabilizza la scelta umana. Concezione ripresa poi da disparati autori, come Leopardi vedi il “dialogo tra la natura e un islandese” o Nietzche nella teoria dell’ “eterno ritorno”. Passando per una concezione lineare del tempo, per cui lo svolgimento storico dell’umanità è irreversibile e le scelte di ognuno impattano sulla realtà. Oggi si dice che “il tempo è denaro”. Viviamo l’urgenza delle scadenze, con la pretesa di controllare in maniera maniacale ogni momento della nostra giornata, scandita sempre meno dall’imprevedibilità di un’esperienza o un’emozione. Sperimentiamo un tempo che ci scivola tra le mani e che stentiamo a trattenere e allora è sempre più difficoltoso riuscire ad essere presenti a se stessi, consci dell’essere. Mi piace pensare però che tutto questo ci serva solo come scusa: ci intratteniamo con questioni di vario tipo al fine di sfuggire -o forse in attesa di carpire- il mistero esistenziale.

A cura di Carlotta Gisonni

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