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Resistenza a pubblico ufficiale in stato di ubriachezza: profili riguardanti la colpevolezza e l’esclusione della punibilità ai sensi dell’art. 131 bis c.p.

A cura di Francesca Parlangeli Il delitto di resistenza a pubblico ufficiale disciplinato ai sensi dell’art. 337 c.p. prevede...

Resistenza a pubblico ufficiale in stato di ubriachezza: profili riguardanti la colpevolezza e l’esclusione della punibilità ai sensi dell’art. 131 bis c.p.

A cura di Francesca Parlangeli

Il delitto di resistenza a pubblico ufficiale disciplinato ai sensi dell’art. 337 c.p. prevede che “Chiunque usa violenza o minaccia per opporsi ad un pubblico ufficiale o ad un incaricato di pubblico servizio, mentre compie un atto di ufficio o di servizio […] è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni”. Nel caso in cui il soggetto agente si trovi in stato di ubriachezza e ponga in essere materialmente la condotta descritta, sorgono dubbi circa la compatibilità di tale status e del dolo specifico richiesto dalla norma in esame. Il soggetto era consapevole del fatto che si trattasse di un pubblico ufficiale? E soprattutto, ha agito con coscienza e volontà al fine di opporsi ad un atto dell’ufficio? (dolo specifico così definito da Cassazione penale, Sez. VI, sent. n. 38786 del 23 settembre 2014). Sono interrogativi a cui non è semplice dare una risposta senza effettuare una valutazione concreta del caso di specie. Lo stesso giudice dovrà ponderare la propria decisione e potrà, se ritiene, sentire direttamente l’imputato. Il soggetto, infatti, trovandosi in uno stato di ubriachezza (seppur volontario e per il quale non sia esclusa la punibilità dalla legge ex art. 92 c.p.), potrebbe risultare incapace di coordinare i propri movimenti e di indentificare la vittima come pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. La volontà dell’agente, al contrario, potrebbe essere diretta a colpire indistintamente chiunque vi sia intorno, senza avere piena contezza della propria condotta volta ad opporsi ad un atto dell’ufficio o del servizio, configurandosi, dunque, non un dolo specifico bensì un dolo generico insufficiente per considerarsi pienamente integrata l’ipotesi prevista ai sensi dell’art. 337 c.p.. Inoltre, spesso, tale fattispecie criminosa si associa alla ben più grave ipotesi di lesioni aggravate. In questo caso viene in essere anche la questione riguardante il mutamento di regime di procedibilità, in quanto nell’ipotesi di lesioni personali semplici (ex art. 582 c.p.) il delitto è procedibile a querela mentre nell’ipotesi aggravata (ex art. 576 n.5 bis) la procedibilità è d’ufficio. Qualora si considerasse pienamente integrata (sia in riferimento al profilo oggettivo sia soggettivo), la fattispecie descritta dall’art. 337 c.p., porrebbe un’ ulteriore riflessione riguardante la possibilità (o meglio l’impossibilità) di applicare la causa di esclusione della punibilità prevista ai sensi dell’art. 131 bis c.p.. Il D.L. n. 53/2019 (c.d. decreto sicurezza-bis) ha sottratto per espressa volontà del legislatore una serie di delitti, tra cui quello previsto dall’art. 337 c.p., all’applicabilità della causa di esclusione della punibilità per “particolare tenuità del fatto”. A questo proposito, il tribunale di Torino ha rimesso alla Corte Costituzionale, con ordinanza del 5 febbraio 2020, la questione di legittimità circa l’applicabilità all’art 337 c.p. dell’art 131 bis c.p. in ipotesi di “stato ubriachezza volontaria”. Si chiedeva alla Corte Costituzionale di valutare se l’art. 131 bis comma 2 ultimo periodo c.p. risulti in contrasto con gli artt. 3 e 27 comma 3 Cost. e con l’art. 117 comma 1 Cost. in relazione all’art. 49 comma 3 CDFUE nella parte in cui dispone che «l’offesa non può altresì essere ritenuta di particolare tenuità (…) nei casi di cui agli articoli (…) 337 e (…), quando il reato è commesso nei confronti di un pubblico ufficiale nell’esercizio delle proprie funzioni». Un cenno alla vicenda e ai fatti contestati. Nel caso di specie l’imputato veniva arrestato e presentato al Tribunale per il giudizio direttissimo con una contestazione di resistenza a pubblico ufficiale ex art. 337 c.p., perché, trovandosi in stato di ubriachezza, ha usato violenza nei confronti di quattro carabinieri, consistita in ripetuti calci per opporsi al compimento di atti del loro ufficio. Gli atti di violenza, infatti, sono stati posti in essere mentre i Carabinieri stavano procedendo all’ identificazione dell’imputato e gli stavano prestando soccorso insieme agli operatori del 118. Ad avviso del giudice rimettente, tuttavia, l’offesa, pur sussistente, deve ritenersi di particolare tenuità. Tale connotazione, unitamente alla non abitualità del comportamento, integrerebbe, se non vi fosse l’esclusione ex lege, i presupposti per l’applicazione dell’art 131 bis c.p., che sono: a) la particolare tenuità dell’offesa, desunta dalle modalità della condotta e dall’esiguità del danno o del pericolo, da valutare ai sensi dell’art. 133 c. 1 c.p.; b) la non abitualità del comportamento. Il Tribunale di Torino riteneva che le modalità della condotta tenuta dall’imputato, l’insussistenza di lesioni personali a carico dei Carabinieri, la modesta intensità del dolo nonché la assoluta occasionalità del comportamento, dovessero essere oggetto di una valutazione tale da ricondurre la condotta dell’imputato nell’ambito della “particolare tenuità ”, determinandone la non punibilità. La non applicabilità della causa di non punibilità in esame al delitto di cui all’art. 337 c.p., nonostante quest’ultimo rientri nel limite edittale previsto dall’art. 131 bis c.p., (ovvero pena non superiore nel massimo a cinque anni), costituisce un trattamento differenziato di una situazione omogenea a quella degli altri reati compresi nei confini dell’art. 131 bis c.p. In ciò viene individuata la violazione del principio di uguaglianza, che impone di trattare in modo uguale situazioni omogenee. Nel caso dell’esclusione del delitto di resistenza a pubblico ufficiale, l’applicazione dell’art. 131 bis c.p. risulta preclusa, non in ragione di determinate modalità concrete del fatto, ma soltanto in ragione del titolo di reato. Con la sentenza n. 30 del 2021, la Corte Costituzionale, dopo aver ricordato come, per giurisprudenza costante, le cause di non punibilità costituiscono deroghe a norme penali generali, ha osservato che la scelta legislativa di escludere dal campo di applicazione dell’esimente di tenuità il reato di resistenza a pubblico ufficiale non è manifestamente irragionevole, poiché corrisponde all’individuazione discrezionale di un bene giuridico complesso, ritenuto meritevole di speciale protezione, concezione peraltro rimarcata anche dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione. Difatti, il normale funzionamento della pubblica amministrazione tutelato dall’art. 337 c.p. va inteso «in senso ampio», poiché include anche la sicurezza e la libertà di determinazionedelle persone fisiche che esercitano le pubbliche funzioni(sentenza n. 40981/2018). Dunque, in presenza di un fatto-reato intrinsecamente offensivo di un bene giuridico di tale complessità – si legge nella sentenza – «l’opzione legislativa di escludere la valutazione giudiziale di particolare tenuità dell’offesa non è contrastante con i principi di proporzionalità e finalismo rieducativo della pena, considerato che i criteri di cui all’art. 133 c.p. richiamati dall’art. 131-bis c.p. seppure non rilevano agli effetti dell’applicazione della causa di non punibilità, mantengono tuttavia la loro ordinaria funzione di dosimetria sanzionatoria».

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