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Modificare il nostro linguaggio rendendolo più inclusivo, aiuterebbe la società ad aprirsi?

È ormai usuale, da parte di chi risponderebbe sì a questa domanda, usare, nello scritto, l’asterisco al posto dell’ultima lettera in nomi plurali femminili o maschili (es. quest* brav* ragazz*). Un simbolo grafico come questo permette infatti di non declinare il nome plurale né al maschile né al femminile, lasciando piena libertà di potercisi identificare, indipendentemente dal genere a cui ci si sente di appartenere. Proprio su questa scia, un attivista sostenitore di questa tesi ha proposto di usare, al posto dell’asterisco, una lettera vera e propria: la cosiddetta “schwa”, scritta ə. L’idea alla base sarebbe di usare questa lettera evitando il maschile plurale, che nella nostra lingua serve ad identificare sia solo un gruppo di uomini ma anche un gruppo dal genere eterogeneo. Potrebbero, in questo modo, sentirsi inclusi all’interno di queste parole anche coloro che non si ritengono parte né di un genere né dell’altro, definite non-binary; oltre, ovviamente, a superare la “prevaricazione” del maschile, presente anche nel linguaggio. Questa lettera, ampiamente utilizzata, anche se in modo diverso, in diverse lingue del mondo, sarebbe stata scelta anche per la sua peculiare scrittura, per cui graficamente avrebbe una forma intermedia tra la “o” e la “a”, quindi le due vocali con cui, in italiano, identifichiamo più spesso il maschile e il femminile. La ə fa parte dell’alfabeto fonetico internazionale e, pur essendo del tutto peculiare, ha una sua pronuncia: si confonde con la vocale che lo precede e ne determina la quantità lunga. Una lingua in cui è facile collocarla è la lingua inglese: la schwa è infatti il suono vocalico più diffuso e molti grafemi vengono resi con questo suono vocalico intermedio, ad es. “taken”, “pencil”, “liar”. Anche a noi però, è un suono non del tutto estraneo. Tra gli idiomi romanzi propri della storia della nostra lingua, quello in cui questo suono particolare è molto presente è la lingua napoletana, a cui si ricollegano poi molti dialetti italiani meridionali. Di questi giorni è la notizia che la ə verrà introdotta sulla tastiera dell’iPhone con l’aggiornamento iOS 15, a settembre 2021. Al lato opposto però, l’Accademia della Crusca non si è pronunciata così favorevolmente riguardo l’uso di questi termini o simboli nel linguaggio, affermando, prima di tutto, che il genere grammaticale non corrisponde al genere naturale. Per quanto riguarda l’asterisco, l’Accademia ha fatto notare poi che in comunicazioni scritte destinate unicamente alla lettura silenziosa, l’uso dell’asterisco è una semplice alternativa alla barra [es. concreti/e]; non potrebbe però essere concretamente utilizzato in testi di legge, avvisi, comunicazioni pubbliche, dove potrebbe causare incomprensione e, in generale, neppure in testi che richiedono una lettura ad alta voce. Pronunciandosi poi sulla schwa, ha sottolineato come il segno per rappresentarlo non è usato neppure in lingue in cui, diversamente dall’italiano, lo hanno nel loro sistema fonologico. Il noto istituto dedito alla conservazione della nostra lingua ha quindi decretato che la scelta migliore sia quella di continuare ad usare il maschile plurale, come “genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico”. Un dato certo è che il modo in cui parliamo e in cui scriviamo sa formare anche il modo in cui pensiamo. Altrettanto vero è però che l’uguaglianza e l’inclusività dovrebbero partire da un’apertura alla base degli ideali di una società e non meramente da sue caratteristiche formali. Ciò di cui sentiamo parlare, ciò che leggiamo, i modelli di riferimento che ascoltiamo formano perlopiù il nostro pensiero. Allora servirebbe davvero rendere impronunciabile la lettera finale di un plurale, se la narrazione e l’apertura verso figure alternative di genere non si evolvessero?

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