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25 Novembre

A cura di Alessia Canuto.

Le giornate internazionali sono decise dalle Nazioni Unite e mirano a sensibilizzare sia le autorità pubbliche che i cittadini sulle questioni cruciali che devono affrontare le nostre società. Il 25 novembre, giorno in cui si celebra la Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, è un’opportunità per fornire informazioni su aspetti meno noti di un problema più ampio, perché ad esempio riguardano le minoranze o sono tabù, come la violenza sessuale contro le donne con disabilità. Il 96% delle vittime di stupro e tentato stupro sono donne. In totale, ogni anno, 62.000 donne, contro 2.700 uomini, ne sono vittime, ricordava Le Monde a fine 2020. I numeri parlano da soli: gli autori di violenza sessuale sono tra il 92% e il 97% uomini. Si dice spesso che siano le donne ad essere stuprate, ma quello che si sottolinea di meno è che questi stupri sono commessi da uomini. Attraverso l’educazione, la riflessione intorno alla costruzione della mascolinità si può prevenire lo stupro. Ma come fare perché domani ci siano meno vittime di oggi? Una delle soluzioni sarebbe quella di criminalizzare ulteriormente la violenza sessuale, ma l’effetto deterrente non funziona: bisogna formare, educare le nuove generazioni. Non dobbiamo aver paura delle parole, è necessario parlare della parola “stupro”, e non solo limitarci ad inasprimenti legislativi o misure penali. Lo stupratore viene ancora considerato come un mostro che appare in un vicolo buio, mentre in più del 90% dei casi la vittima conosce il suo stupratore. Secondo un sondaggio dell’associazione Mémoire Traumatique et Victimologie, nel 94% delle situazioni gli autori di violenza sessuale sono parenti. Come sottolineano le cifre sopra menzionate, se non tutti gli uomini sono stupratori, la stragrande maggioranza degli stupratori sono uomini. Sono convinta che tutti coloro che ne sono coinvolti possano fare qualcosa contro questa violenza. Da un lato, perché potrebbero essere i conoscenti di questi stupratori, dall’altro perché il problema maggiore che le vittime affrontano oggi è la mancanza di ascolto: la loro parola non viene ascoltata da chi potrebbe fornire loro protezione, la legittimità che deriva dal fatto di essere credute. Solo perché oggi è il 25 novembre non significa che la società civile debba ignorare la violenza contro le donne da dicembre a ottobre. Tuttavia, per coloro che lottano contro la violenza sulle donne, questa giornata è una vetrina, un’occasione da cogliere.

Ma perché il 25 novembre? Tale data è simbolica e rimanda ad una storia che tutti dovrebbero conoscere, che tutti i genitori dovrebbero un giorno raccontare ai propri figli. La storia delle sorelle Mirabal, la storia delle Mariposas. “Se mi ammazzano, tirerò fuori le braccia dalla tomba e sarò più forte”. Con queste parole, l’attivista dominicana Minerva Mirabal ha risposto nei primi anni ’60 a tutti coloro che l’hanno avvertita di quello che sembrava essere un segreto noto a tutti: il regime del presidente Rafael Leónidas Trujillo (1930-1961) l’avrebbe uccisa. Il 25 novembre 1960, il suo corpo fu ritrovato in fondo a un burrone, all’interno di una jeep, con due delle sue sorelle, Patricia e María Teresa, e l’autista dell’auto, Rufino de la Cruz. Più di mezzo secolo dopo, la promessa di Minerva sembra essersi avverata. Il lavoro della polizia segreta domenicana e la morte delle sorelle sono infatti considerati i principali fattori che hanno portato alla caduta del regime di Trujillo. Il nome delle sorelle Mirabal è diventato un simbolo globale della lotta delle donne, poiché il 25 novembre è celebrato in tutto il mondo come la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Conosciute come “Las Mariposas” (Le Farfalle), le sorelle Mirabal sono nate nella provincia domenicana di Salcedo. Donne di cultura, madri e mogli, al momento della loro morte avevano alle spalle dieci anni di attivismo politico, ragione per la quale due di loro, Minerva e María Teresa, erano state più volte in carcere. La quarta sorella, Bélgica Adela “Dedé” Mirabal, ebbe un ruolo meno importante nel dissenso e riuscì a sopravvivere. Quel giorno, il 25 novembre, diversi agenti della polizia segreta fermarono l’auto in cui si trovavano le sorelle Mirabal. Le donne furono soffocate e poi picchiate, e l’auto spinta in un burrone per simulare un incidente. Dedé Mirabal disse di aver parlato con diversi agenti di polizia che affermavano che non era stato un incidente, che le sue sorelle erano state uccise. La popolarità delle tre donne, insieme a un gran numero di omicidi, torture e sparizioni di coloro che osarono opporsi al regime di Trujillo, hanno reso questo assassinio un punto di svolta nella storia del paese. Le tre sorelle hanno dato un volto umano alla tragedia generata da un regime estremamente violento, inducendo i domenicani a pensare: se le nostre sorelle, figlie, mogli e fidanzate non sono più al sicuro, che senso ha il resto? Le Mariposas divennero rapidamente un simbolo di resistenza alla dittatura ma anche un simbolo per le vittime della violenza patriarcale. Il direttore del Museo della Memoria della Resistenza Dominicana ha notato come tutti coloro coinvolti nella morte di Trujillo il 30 maggio 1961, quando fu assassinato, pensassero che l’uccisione delle sorelle Mirabal fosse stata la goccia che fece traboccare il vaso. Dal 1981, in seguito al primo forum femminista dell’America Latina a Bogotà, le attiviste hanno scelto questa data per manifestare contro la violenza di genere. Nel 1999, con la sua risoluzione A/RES/54/134, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 25 novembre Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne e ha invitato i governi, le organizzazioni internazionali e non governative ad organizzare attività per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della violenza sulle donne. In tutto il mondo i diritti delle donne non sono ancora rispettati e molte donne non hanno nemmeno accesso all’istruzione. In America Latina, la violenza di genere è stata definita una “pandemia”, perché tra un quarto e la metà delle donne subisce violenza domestica. Secondo le Nazioni Unite, la violenza contro le donne nelle proprie case è la principale causa di lesioni subite dalle donne tra i quindici ed i quarantaquattro anni. Nel caso dell’America Latina, un sondaggio delle Nazioni Unite ha rilevato che tra il 30 e il 40% delle donne sono state vittime di violenza domestica e una donna su cinque è stata assente dal lavoro almeno una volta, a causa di aggressioni fisiche in casa. La violenza contro le donne è la conseguenza della discriminazione nei loro confronti ed ha ripercussioni su molti fronti, come la lotta alla povertà e la prevenzione dell’AIDS. Le conseguenze di questa violenza possono comportare inoltre una limitazione dell’accesso agli studi e al mercato del lavoro rispetto all’accesso per ragazzi e uomini. Le persone con disabilità hanno tre volte più probabilità di essere aggredite sessualmente rispetto ai loro coetanei senza disabilità. Nel 2008, i partner intimi hanno perpetrato il 27% dei crimini violenti contro le donne con disabilità e l’1,1% dei crimini contro gli uomini con disabilità. Inoltre, è meno probabile che la polizia risponda alle segnalazioni di violenza contro le vittime con disabilità rispetto a quelle segnalate contro le vittime senza disabilità, rispondendo circa al 90% delle denunce di vittime senza disabilità e al 77% delle denunce di vittime con disabilità. Un sondaggio condotto dallo Spectrum Institute Disability and Abuse Project ha rilevato che il 70% degli intervistati con disabilità ha subito una qualche forma di abuso da parte di un partner o un familiare. Le donne con disabilità sono particolarmente vulnerabili a tutte le forme di violenza, compresa la violenza del partner. Inoltre, hanno anche maggiori probabilità di essere controllate dal partner per quanto riguarda la salute riproduttiva e sessuale. La violenza contro le persone con disabilità non è riconosciuta dalla società come un problema significativo e le esigenze delle vittime e dei sopravvissuti sono spesso ignorate. Uno dei modi più efficaci per assistere le vittime di violenza domestica con disabilità è rendere le risorse più disponibili e inclusive ed incoraggiare i centri di accoglienza e le hotline locali a formare in modo specifico il personale per lavorare con vittime e sopravvissuti con disabilità. Le agenzie di servizi sociali e gli ospedali dovrebbero sviluppare un elenco di riferimento di organizzazioni specializzate nell’intersezione tra violenza domestica e disabilità. Ma soprattutto, è necessario incoraggiare le agenzie di servizi sociali, gli ospedali, i luoghi di culto e altre organizzazioni a disporre di informazioni e risorse sulla violenza domestica disponibili e alla portata di persone con disabilità specifiche (non vedenti, persone sorde, persone con mobilità ridotta, persone con malattie mentali, persone con disabilità dello sviluppo, ecc.). La violenza di genere colpisce tutte le donne, ma può essere accentuata quando la donna è disabile o appartiene a una minoranza etnica, sessuale, religiosa o in particolari contesti globali come la guerra o la pandemia. Basti pensare agli stupri di donne visti come bottino di guerra durante i conflitti armati o all’aumento delle denunce di violenza domestica durante i periodi di lockdown che abbiamo vissuto di recente.

Questa giornata è un’occasione per mobilitare forze ed energie, per scendere in piazza, per avere i media dalla propria parte e per poter far sentire la voce di chi troppo spesso rimane nell’ombra.

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