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LA STRATEGIA GEOECONOMICA DI SVILUPPO CINESE IN EURASIA E LA REAZIONE AMERICANA

A cura di Michele La Bella.

L’affermazione di Sun Tzu, “la suprema arte della guerra è quella di soggiogare il nemico senza combattere”, riesce a fornire una chiara lettura riguardo il tentativo cinese di utilizzare la sua incredibile capacità finanziaria al fine di sopraffare economicamente non solo l’intera area Asiatica, ma anche quella Europea. Questo articolo vuole evidenziare le principali politiche economiche adottate dagli Stati Uniti -considerando sia le loro forze sia le loro criticità- per contrastare la pressante tecnica di predominio finanziario cinese. È, dunque, importante ricordare come le principali politiche di sviluppo si fondino su partenariati di cooperazione nelle principali aree chiave sia economiche che politiche. Infatti, mentre l’Europa rappresenta l’espansione decisiva della Cina, il monopolio regionale asiatico assume un ruolo ancora più importante: solo con la completa dominazione sulla propria area regionale, la Cina potrà dimostrarsi di essere in grado di dominare commercialmente tutto il mondo.

Il principale determinante della strategia cinese non è stato affatto celato: l’obiettivo ultimo è il primato economico e finanziario mondiale, raggiungibile strappando dalle mani statunitensi la maggior parte degli stati europei ed asiatici. Personalmente ritengo che poter comprendere l’efficacia della strategia finanziaria globale americana -con i suoi pro e le sue debolezze- sia una, se non la più, importante tra le questioni geo-economiche dei nostri tempi. L’analisi dei principali meccanismi messi in atto da parte degli Stati Uniti d’America, ossia accordi commerciali, partenariati di cooperazione, sarà fondamentale nel confronto con la Cina, che invece opterà solamente per una nuova “struttura” finanziaria capace di bloccare l’avanzata americana nell’aerea Eurasiatica: la banca asiatica degli investimenti e delle infrastrutture.

Chiaramente, è inevitabilmente certa la crescente concorrenza economica e finanziaria presentata agli Americani dalla Repubblica Popolare Cinese (RPC) in tutta l’aerea in questione. La Cina è la nuova “numero uno”: la sua capacità finanziaria e commerciale attrae costantemente nuovi investitori -anche coloro che avevano giurato fedeltà agli USA. Logicamente, per fronteggiare questa crescente “minaccia” strategica cinese, gli USA stanno implementando specifiche politiche geo-economiche in modo da sperare -per lo meno- di riconquistare il primato mondiale.

Negoziazioni commerciali, accordi finanziari e partenariati sono soltanto alcune tra le soluzioni proposte dal dipartimento del commercio americano. Queste strategie hanno lo scopo di mantenere un radicale posizionamento nell’area Europea e Asiatica da un punto di vista commerciale ed economico. L’inizio di questa aspra battaglia è incerto e varie sono le interpretazioni a riguardo: molti ritengono che potrebbe datarsi intorno al 2013, quando il “Comprehensive Agreement on Investment” (CAI) fu proposto tra UE e RPC, firmato però soltanto nel 2021. Ma probabilmente le origini sono ancora più lontane: nel 2005, quando cominciarono le negoziazioni a proposito del “Trans-Pacific Partnership” (TPP).

La Cina sta tentando di sviluppare un piano d’azione molto vigoroso e ben ramificato con lo specifico obiettivo di riuscire a strappare il primato come potenza economica dalle mani degli USA. Devo riconoscere alla Cina un certo margine di successo: ci stanno riuscendo. Infatti, alla luce dei fatti, il carattere “tirannico” dell’implementazione del loro piano di sviluppo richiede un vantaggioso minor sforzo rispetto alla lenta e dispendiosa risposta americana.

Come ho anticipato precedentemente, il grande obiettivo della RPC è evidente e pubblico. Basti pensare alle dichiarazioni dell’attuale presidente Xi Jinping, il quale durante una visita al museo nazionale cinese nel 2012, subito dopo essere divenuto leader del partito comunista Cinese, delineò il grande sogno della Cina: “la grande rigenerazione della nazione Cinese”. Dunque, questo progetto trascende i meri attributi politico-economici, assumendo un carattere culturale con alla base radici identitarie e di storica spiegazione. Proprio grazie a questa fondamentale portata ideologica, gli uffici Cinesi stanno dedicando tutta la loro anima in questo progetto di rinascita economica e politica.

Cosa stanno facendo, invece, gli USA in merito a questa “vigliacca” ribalta commerciale? Fondamentalmente, per gli obiettivi analitici che mi propongo, è di primaria importanza riuscire a capire l’efficacia delle varie strategie economiche adottate dagli Stati Uniti per far fronte alla Cina. Inoltre, è assolutamente cruciale che gli USA riescano ad affermarsi in Europa, e -come contrattacco- riescano a reinsediarsi finanziariamente in Asia. Questa è la mossa più logica. Come fare tutto ciò? Rispetto al master plan europeo, l’amministrazione Obama ha redatto un accordo molto importante che, però, era destinato a cadere nel giro di un paio d’anni. L’accordo in questione è il “Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership” (TTIP). Le trattative sono iniziate nel 2013, ma non è mai stato firmato. Si trattava di un accordo commerciale molto ampio e articolato, volto a ridurre le tasse commerciali e a facilitare il libero scambio tra l’UE e gli Stati Uniti in specifiche aree strategiche di affari. Sul fronte asiatico, invece, è stato attuato un altro accordo commerciale: il TPP. Firmato da dodici Paesi nel 2016, l’accordo TPP rappresenta probabilmente -al momento- il modo più efficace per l’America di affrontare questo match di boxe finanziario nel territorio asiatico. Chiaramente la Cina non è inclusa tra i membri di questo accordo.

Tuttavia, alcuni scettici, in merito a queste risoluzioni commerciali, sostengono che questi due accordi non avranno particolari conseguenze future positive per gli Stati Uniti. Infatti, molti think tank e istituti economici sostengono che questi accordi siano stati scritti in termini negativi. Nello specifico, sono state considerate alcune sezioni speciali all’interno di questi documenti -come l’“Investor-State Dispute Settlement” (ISDS) all’interno dell’accordo TTIP- che avrebbero favorito soltanto il sistema economico americano. Questo è probabilmente uno dei motivi principali che portò l’UE a non firmare tale accordo. I paesi membri hanno percepito quegli accordi come semplici tentativi di penetrazione economica da parte degli Statunitensi nell’eurozona, senza arrecare alcun reale vantaggio per l’Unione Europea.

La Cina, al contrario, ha convinto 18 paesi dell’UE ad aderire all’AIIB. Questa magnifica istituzione economica è -come indica il sito web del Parlamento europeo- una “banca di sviluppo guidata dalla Cina che è emersa come uno dei principali attori della finanza globale” con lo scopo di diventare “uno strumento importante per la Cina nel finanziamento della sua iniziativa “Belt and Road”, approvando prestiti a tal fine”. L’AIIB è un gigantesco bastone fra le ruote per altre due grandi banche internazionali: il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Tassi di interesse più bassi, più investimenti e una pletora di accordi infrastrutturali sono tutti “prodotti” proposti dall’AIIB. Oggi 103 stati aderiscono all’AIIB dalla sua apertura nel 2016.

L’AIIB rappresenta il miglior e più soddisfacente movimento strategico cinese contro l’espansione del sistema economico statunitense. Per sistema statunitense si intende l’approccio culturale all’economia che da decenni viene perpetrato all’interno dei mercati internazionali. Quindi, esempi di questo sistema sono l’OMC, il FMI e la Banca Mondiale; ogni istituzione è guidata da una cultura economica americana e governata principalmente dagli USA. Data la precedente egemonia culturale statunitense, in risposta alla crisi del sistema americano sono nate nuove banche e istituzioni -soprattutto cinesi- per fungere da nuovi egemoni regionali -soprattutto in Asia- e, forse, anche nel mondo.

Testimone di questa situazione è, infatti, come il comportamento statunitense nei confronti del resto del mondo stia mutando. Adesso stiamo assistendo all’approccio di un paese che non cerca più di essere benevolente, e portatore di valori, ma di un paese che cerca di proteggersi. Il nuovo piano d’attacco americano è la difesa. Una difesa contro la Cina; contro un nuovo sistema asettico agli ideali e ai principi Americani. L’America non sarà più l’egemone per eccellenza nell’aerea Eurasiatica, rimarrà forse un egemone regionale nel proprio continente. Il processo di “armonizzazione” che fu portato avanti da parte degli USA sarà sostituito da un nuovo processo di assimilazione cinese da parte degli stati. Per processo di armonizzazione finanziaria si intende una strategia commerciale ed economica -ed anche istituzionale- volta al consolidamento di quel sistema economico che citavo nel paragrafo precedente. Un nuovo egemone sta per affermarsi nell’area Eurasiatica, così come nel resto del mondo. E non credo sia l’America: assisteremo ad una nuova “Pax Cinese” spinta da un totalitarismo economico particolarmente efficiente e vincente.

Personalmente, mi sembra di assistere a un nuovo episodio di spartizione: blocco cinese e blocco americano. Nuove versioni del Piano Marshall e del Patto di Varsavia -in quanto strumenti di hard power- verranno consolidate a livello internazionale. Tuttavia, sebbene questa possa essere una prospettiva molto interessante, la realtà delle dinamiche internazionali è molto più complessa. Probabilmente questa rete intricata è dovuta soprattutto dalle vaghe prese di posizione di molti paesi: alcuni parteggiano per la Cina, altri appoggiano sia la Cina che gli Stati Uniti, altri non sono allineati, taluni condividono un’interdipendenza complessa con entrambi ma hanno un vincolo ideologico molto debole, e talaltri sono pro-USA. In fondo, il panorama economico moderno è molto più variegato e meno compatto di come lo era dopo la Seconda guerra mondiale.

Certamente, questa stessa battaglia per il primato economico avrà profonde conseguenze culturali e politiche in tutto il mondo. Per esempio, stabilire standard elevati in termini di competenza ed efficienza è fonte di legittimità per i cinesi, ma non per l’Occidente – almeno fino a questo momento. Dunque, incombe un’ardua sfida cinese alle porte, ma, contrariamente a quanto molti pensano, non è solo economica, bensì è anche politica e socio-culturale. Come direbbe un marxista, l’economia determina la struttura su cui sono costruite le sovrastrutture politiche e istituzionali. Proprio per questo fondamentale ruolo della struttura economica, si può coscienziosamente ritenere che la questione geo-economica più importante dei nostri tempi riguardi il modo in cui gli Stati Uniti e l’UE svilupperanno le loro istanze per muoversi contro o in favore della Cina. Questo determinerà il futuro ordine economico mondiale.

Un’ulteriore domanda può essere rivolta in merito alla contro risposta geo-economica statunitense alla Cina: queste strategie finora funzionano in modo efficiente? È importante vedere l’efficacia di questi piani finanziari, perché probabilmente alcuni non riusciranno ad ottenere i risultati sperati. Probabilmente prima di entrare nelle dinamiche internazionali con tanto impeto, gli Stati Uniti dovrebbero concentrarsi sulla fase interna del loro progetto, cercando di attuare un approccio burocratico e politico più adeguato a questo fenomeno. L’istantanea proiezione internazionale americana potrebbe, infatti, essere la motivazione per la più efficiente attrazione della Cina nei confronti degli altri paesi e la sua maggiore crescita economica – basta guardare l’indice di parità di potere d’acquisto (PPP). Infatti, questa discrasia è sicuramente in parte anche dovuta a specifici vincoli politici interni che facilitano la Cina e ostacolano gli Stati Uniti nello schieramento di politiche finanziarie internazionali.

Per concludere, in risposta al paragrafo precedente, proporrei un’altra interessante chiave di lettura di tale dicotomia finanziaria. Sarebbe estremamente potente guardare a questa lotta chiarendo l’effettiva situazione politica interna della Cina. Prevalentemente, la domanda sarebbe: è possibile che la Cina stia ora cercando di coprire/eclissare politicamente le sue difficoltà interne -cioè tutte le rivolte contro il governo e il rifiuto da parte di una larga fetta della popolazione giovanile del sistema a partito unico- per affrontare il problema esternamente? Più specificamente, intendo capire se la RPC stia tentando di deviare i disordini interni trovando un nemico esterno comune – gli Stati Uniti – e provando a saltare all’esterno in modo da riuscire a trovare un nuovo tipo di apprensione da parte della sua popolazione. Potrebbe essere questo il caso. Ma quello che è certo è che la Cina si sta impegnando con grande sforzo in questo progetto finanziario per alcune ragioni specifiche, che siano economiche, sociali o politiche.

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