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A cura di Alessia Canuto.

A scrivere è la nipote di un esule istriano e questa storia non vuole essere strappalacrime, tantomeno strappa-click. Mio nonno detesta parlarne e soffre nel ricordare. La sua versione è la seguente: avevo 18 anni ed una notte sono fuggito, senza avvisare nessuno. Ho lasciato la mia intera famiglia, mia madre, mio padre, le mie tre sorelle. Ho trascorso un lungo periodo in un campo profughi a Trieste. Dalla sua voce, dalle sue espressioni, è sempre evidente che quel luogo cela ricordi oscuri, impossibili da condividere, che hanno contribuito agli incubi che lo tormentano ogni notte dagli anni Sessanta. Dopo il campo, finalmente un bagliore di speranza, un impiego in una compagnia telefonica, un incontro fortunato che si trasformò presto in un matrimonio ed una famiglia. Il tema dei campi per i profughi istriani, fiumani e dalmati è conosciuto quasi esclusivamente da chi l’ha vissuto. In Italia, fino agli ultimi decenni del Novecento, sia gli storici che l’opinione pubblica hanno parlato di rado di foibe e di esodo giuliano-dalmata. Quando si è discusso di tali questioni, lo si è fatto in forma politica, mirando a dare ragione ad una delle due parti, italiani o jugoslavi, non comunisti e comunisti, fascisti o partigiani, anziché dare una spiegazione il più possibile raziocinante di ciò che era accaduto. Si sono susseguite tesi assurde da entrambe le parti, come quelle interamente negazioniste, secondo cui i caduti delle stragi delle foibe e delle violenze jugoslave erano esclusivamente nazifascisti e criminali di guerra, e quelle vittimiste, che percepirono tali vicende come una manovra tesa al “genocidio” degli italiani. Il campo profughi in cui rimase per un lungo periodo mio nonno era come tanti altri, costituito da edifici prefabbricati e recintato. Dopo le 22 veniva chiuso e non era permesso uscire. Servizi igienici, cucine, docce erano in comune, ed erano luoghi di violenze e terrore.  Venivano adibite allo scopo strutture già esistenti e cadute in disuso, come vecchie caserme e scuole, magazzini, e, in alcuni casi, anche ex campi di concentramento per prigionieri. Forse queste vicende possono apparire più vicine se si prendono in considerazione personaggi celebri come Lidia Bastianich, nata a Pola, come mio nonno, quando ancora l’Istria era italiana. Nel 1956 la famiglia Bastianich si stabilì in un campo profughi a Trieste, pochi anni dopo si trasferì negli Stati Uniti. Dopo aver sostato in uno dei campi profughi in Italia, la maggior parte delle persone che se ne andarono si spostarono nelle varie regioni italiane, mentre circa 80.000 emigrarono in altre nazioni. La maggior parte degli esuli si diressero nel Nord-Italia, in particolare Friuli-Venezia Giulia, ma anche Lombardia e Piemonte, altri preferirono vivere in grandi città o in comunità create per loro nel meridione e non, come ad esempio la comunità di Fertilia in Sardegna. L’accoglienza di questi profughi non fu sempre positiva, poiché l’Italia era caratterizzata da forti suddivisioni politiche, portando a vicende come quella del così chiamato “treno della vergogna”, un convoglio ferroviario che, nel 1947, trasportava esuli e, passando per Bologna, venne arrestato dalle opposizioni di diversi ferrovieri comunisti, i quali non volevano i profughi italiani perché considerati fascisti. In verità, molti dei profughi erano semplici operai e contadini, che non avevano nulla a che fare col fascismo. Ad abbandonare l’Istria e la Dalmazia non erano stati italiani di un particolare schieramento politico, ma gente atterrita da tanta violenza e dalle stragi delle foibe.  Rimosso il “problema italiano”, le nuove autorità slave si occuparono di cancellare anche la memoria della presenza italiana in Istria, demolendo monumenti, strappando le tombe dai cimiteri, mutando la toponomastica. Il cognome di mio nonno, per esempio, acquisì una K che prese il posto di una C, mentre cognomi che terminavano con una “i” furono sostituiti dal gruppo fonetico slavo čič (per esempio da Benci a Benčič). Quando l’ondata conclusiva dell’esodo giuliano-dalmata fu terminata, l’Istria aveva perso metà della sua popolazione e gran parte della propria identità sociale e culturale. Ad oggi, nella parte dell’Istria assegnata alla Jugoslavia abitano non meno di 18.700 abitanti di lingua madre italiana, di cui circa 15.850 risiedono sul territorio dello Stato croato e circa 2.850 risiedono sul territorio sloveno. In seguito all’esodo giuliano-dalmata, le zone rimaste spopolate furono ripopolate da croati e sloveni e da popolazioni di altre nazionalità jugoslave, quali serbi, bosniaci e montenegrini. Nella seconda metà degli anni Cinquanta l’esodo era quasi concluso e i soprusi più manifesti cessarono. In alcune città dell’Istria, gli jugoslavi dovettero preservare l’impiego della lingua italiana, acconsentendo al bilinguismo, sloveno-italiano o croato-italiano. Inoltre, la bandiera della comunità nazionale italiana, caratterizzata dal tricolore italiano con la stella rossa al centro, utilizzata dai partigiani italiani filojugoslavi durante la Seconda guerra mondiale, dovette essere esibita sugli edifici pubblici e nelle cerimonie, insieme alle altre bandiere ufficiali jugoslave. Furono conservati alcuni periodici e una radio in italiano, intrinsecamente dominati dal volere e dal controllo del partito. Le autorità dovettero assicurare agli italiani il diritto di ricevere l’istruzione elementare e media nella propria lingua, anche se la chiusura di decine di scuole italiane spesso ostacolò l’esecuzione pratica di tale diritto. Dal 2004, lo stato italiano ha istituito il Giorno del ricordo, commemorato il 10 febbraio di ogni anno, in memoria delle vittime delle foibe, degli esuli, e di tutte le vittime del più articolato episodio che ha come protagonista il confine orientale. A tal proposito, consiglio la lettura del libro “Memoria negata – Crescere in un centro raccolta profughi per esuli giuliani” di Brugna Marisa. Emozionante e doloroso, riporta ciò che hanno provato i più piccoli strappati ai loro giochi, ai loro luoghi d’origine, risvegliando in me i ricordi dei racconti dell’infanzia di mio nonno, di un’adolescenza negata, di un taglio netto e della trasformazione da ragazzo a adulto quel giorno in cui fuggì. Questo libro a mio parere dovrebbe diventare parte integrante dei corsi di storia dato che i testi scolastici sono per la gran parte privi di questo tassello del passato. Nella poesia “Esuli”, Lina Galli, originaria di Parenzo, ha raccontato il dramma dell’esodo: A bordo della nave, staccati da Pola / pensavano con ansia alle città / che li aspettavano. / Strappati alla loro terra / che sfilava con le coste bellissime / verso un domani ignoto. / E a Venezia una turba li accoglie / con grida ostili e rifiuta loro il cibo; / e a Bologna il treno non può fermarsi, / causa la folla nemica. / I bambini guardano intorno smarriti. / I genitori non hanno più niente da dare a loro. / II domani è un incubo. / Non li sentono fratelli gli Italiani, / una gente da rigettare, esuli. / Essi guardano tutto in silenzio / con gli occhi dilatati / dove le lagrime stanno ferme. / Il dolore di avere tutto perduto /si accresce di questo nuovo dolore. Ogni volta che rileggo i versi della poetessa ermetica, riesco a comprendere perché mio nonno sia così schivo, riservato, silenzioso, quando si tratta di condividere e narrare quella porzione della sua esistenza: custodisce dentro di sé ricordi dolorosi, quasi con gelosia, temendo che qualcuno possa portargli via perfino quelli, e molti episodi non trovano spazio nei suoi racconti, perché mentire a sé stesso e fingere di aver superato i drammi e i traumi di cui è stato vittima rende le sue giornate meno amare.

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