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Mustafà e Munzir: due storie e un destino

A cura di Greta Di Cicco

Mustafa’ e suo padre Munzir sono i due siriani mutilati e vittime della guerra nel loro paese, giunti in Italia pochissimi giorni fa per essere curati presso il Centro Protesi Vigoroso di Budrio.

Una storia che fa riflettere.

In un mondo concentrato su una miriade di questioni, molte delle quali poi rivelatisi futili, quella di Mustafà e del suo papà è la storia di due destini affidati all’ imprevedibilità della vita.

Mustafà è nato senza arti a causa del gas tossico inalato dalla madre a seguito del lancio di una bomba sganciata da un aereo del regime di Damasco. La stessa esplosione a causa della quale Munzer è rimasto mutilato a una gamba.

La loro fortuna deriva dallo scatto di un fotografo turco, Mehmet Aslan, che li ha ritratti nella foto dal titolo “Hardship of life”, vincitrice a Siena dei Sipa 2021 (Siena International Photo Awards), grazie alla quale è stata contestualmente lanciata una raccolta fondi che ha raggiunto la somma di circa 100.000 euro sulla piattaforma Gofundme per aiutare padre e figlio e altre vittime del conflitto in Siria.

L’orrore della guerra li ha privati di alcuni arti (nel caso di Mustafà di tutti), della capacità di muoversi autonomamente e senza bisogno di ausili. Ma in nessuna foto o video in cui siano stati ritratti, hanno lasciato intravedere il terrore nei loro volti.

I loro occhi che conservano esplosioni di bombe e atrocità sempre più frequenti, non riflettono però il buio dell’irrazionalità della guerra, quanto la forza e la fiducia nel futuro. Lo sguardo di Mustafà è fatto di oro puro che brilla di una felicità apparentemente immotivata.

La loro è la storia di due vite a cui è stata data la possibilità di rinascere.

Un sorriso, quello di Mustafà, che lascia stupiti e amareggiati. La forza di un bambino, emblema di ciò che lui stesso rappresenta in quella foto: le difficoltà della vita fatte per essere attraversate e auspicabilmente superate.

La loro avventura ricorda una versione moderna di Enea e Anchise, in fuga dalla città di Troia, ormai in fiamme.

Anche in questo caso, in mezzo all’orrore della guerra, è il figlio che porta sulle spalle, più o meno consapevolmente, la salvezza e la speranza del padre, sebbene questa volta possa farlo solo con la forza di un sorriso che non ha intenzione di spengersi per incoraggiarlo a camminare per due, anche con una gamba sola.

Ed ora li aspetta una nuova vita, una nuova felicità con delle protesi artificiali, ma con dei sorrisi sempre più veri.

Per un paio di giorni questa notizia è stata riportata al Tg, pubblicata sui social da molte “celebrità”.. ma poi?

Il problema di fondo è che immagini come queste, nate dalla benevola e lodabile intenzione di persone interessate a raccontare storie quotidianamente taciute, ma meritevoli di venire alla luce, vengono successivamente ripostate e pubblicate sui social da chi ha lo scopo esplicito di condividere la propria commozione per il gesto compiuto, ma troppo spesso con il reale obiettivo di ottenere consenso mediatico e non solo. Non di rado storie come quelle di Mustafà vengono strumentalizzate da chi ha bisogno di mostrarsi umano e interessato a questioni atroci che tutt’oggi caratterizzano il panorama mondiale per un proprio tornaconto personale.

In un mondo utopico la guerra non dovrebbe esistere, se Mustafà fosse nato senza arti sarebbe stato forse per complicazioni nella gestazione, non di certo per l’esplosione di una bomba durante una guerra che si protrae dal 2011.

Momenti di speranza come le cure promesse a Mustafà e suo padre non possono essere un piccolo bagliore in un mondo che desidera rimanere al buio.

È doveroso parlarne, è giusto sentirsi felici che un bambino possa avere la speranza di condurre una vita normale.

Ma per un bimbo salvato, quanti restano al buio solo perché non hanno avuto la fortuna di essere ritratti in un’immagine poi divenuta emblematica?

Quanto può valere una foto?

Solo milioni di like e tanta ipocrisia?

La miseria reale non è quella ritratta, ma quella di chi la sfrutta per compiacersi di non esserne affatto toccato.

Tra qualche mese la storia di Mustafà sarà ancora così seguita e oggetto di commozione o sarà l’ennesimo negativo di una foto in bianco e nero che nessuno guarda più?

Il tempo ce lo dimostrerà.

Ma il passato già suggerisce la risposta.

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