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A Roma decine di monumenti sono chiusi al pubblico

A cura di Filippo Blasi

Il primo miglio dell’Appia antica come oggi ci appare è segnato da una colonna miliare (in realtà una copia), posta a poche decine di metri da Porta San Sebastiano. Scorgerla è quasi impossibile: la strada, aperta al traffico veicolare dal IV secolo a.C., non ha marciapiede, e il cippo è incassato per tre quarti nella parete di un fabbricato in malora. Qualche passo verso sud ed ecco che la regina viarum s’infila sotto la via Cilicia (1), una circonvallazione che il comune dovette realizzare negli anni ’80 per assecondare le pressanti esigenze della circolazione stradale. E proprio qui, letteralmente schiacciata dal cemento armato del cavalcavia, giace un’area archeologica, fra l’altro testimone di una importante variazione urbanistica, trattandosi di strutture sepolcrali trasformati in tabernae in età tardoantica. Resti romani abbandonati alla vegetazione incolta e sommersi dai rifiuti, ormai invisibili tanto dal ponte quant’anche dalla squallida inferriata installata sulla sagoma della carreggiata.

Inizia qui o forse prima, alle porte della Roma del III secolo, una città «sotterrata», sulla quale quotidianamente camminiamo fino a venti metri più in alto del piano di calpestio di allora. Qui deve iniziare anche quella che è la narrazione di un dramma ― l’oblio nel quale sono caduti molti siti archeologici e, in generale, alcuni luoghi della cultura della nostra capitale ― ma anche di una storia straordinaria, quella di una Roma incognita e recondita.

Il museo chiuso, in verità, è Roma stessa: il più grande sito archeologico al mondo. Si stima che sia ancora inesplorata per la maggior parte delle sue rilevanze archeologiche (potenziali). È un unicum mondiale, se consideriamo che ha superato il milione di abitanti nel I secolo d.C. e che ha goduto di continuità abitativa (non senza momenti di crisi) per quasi tremila anni. Prerogative, queste, di una stratificazione geologica e quindi urbanistica che oggi impedisce la fruizione di un patrimonio ipogeo sterminato (esteso in realtà molto oltre i 1.400 ettari di Urbe circoscritti nelle Mura Aureliane, una delle cinte murarie meglio conservate esistenti).

Cosa c’è sotto questi venti metri di sedimenti, depositatisi a seguito di eventi più o meno traumatici? Crolli, demolizioni e ricostruzioni, terremoti e incendi, nonché le inondazioni del Tevere ― fenomeni frequenti fino alla costruzione degli argini nel 1870 ― hanno seppellito piazze, templi, ville, insulae e molto altro. Una «sensibilità archeologica» come oggi è concepita, non esiste da sempre: quando, casualmente, si rinvenivano delle rovine, queste fungevano da miniere per i mercanti d’arte (e non solo!).
L’area sacra di largo di Torre Argentina (2), per ammirare la quale ci si affaccia da una balaustra, racconta perfettamente la quota della città vecchia in più momenti storici: i templi, infatti, sono costruiti su livelli diversi. Venuta alla luce nel 1927, la piazza lastricata con quattro templi ― che rimane visibile dal parapetto ― è uno dei siti archeologici più importanti di Roma. Chiusa al pubblico per decenni, doveva riaprire in questi giorni ma a causa di alcuni ritardi se ne parlerà il prossimo anno.

Le campagne di scavo mirate sono quindi una novità del nostro tempo. E non sono operazioni facili, in quanto le sovrapposizioni avvicendatesi nei secoli nascondono spesso i reperti originari: come “ricostruire” un sito stratificato e cosa riportare alla luce sono interrogativi di non facile soluzione, d’altronde uno strato di questo sedimento è uno «strato» di storia.
Non tutto è sopravvissuto fino ai nostri giorni, ma spesso anche ciò che non c’è più ha lasciato delle tracce «nascoste». La malcelata «impronta» della cavea del Teatro di Pompeo (3) al Campo Marzio, primo theatrum marmoreum di Roma, è visibile osservando l’incurvatura delle facciate nobiliari di via di grotta pinta (tanto che nei sotterranei dell’Hotel “Lunetta” un ambiente che fu di pertinenza del teatro è oggi un centro benessere). Un fenomeno pressoché identico si osserva a piazza Navona: la sua caratteristica forma è plasmata dallo Stadio di Domiziano (4), conservato (parzialmente) a 4,5 metri sotto la pavimentazione e visitabile.

Dei monumenti dimenticati di Roma, questo è solo un assaggio. Ce ne sono a decine, ma non li vediamo. Un po’ per assuefazione, un po’ per malagestione.
E non sono solo siti archeologici: il Museo della Civiltà Romana (5) all’EUR è chiuso da oltre sette anni, perché è inagibile ed è divenuto preda dei vandali. Ospita una ricchissima collezione di copie di statue e di plastici (tra cui è famoso quello della Roma imperiale). Entro la fine del 2021 doveva riaprire il planetario, ma la data è slittata a primavera (vedere per credere!).

Roma non è solo il centro di Roma: importantissimi resti romani si trovano anche fuori dalle mura, soprattutto lungo le consolari. Oasi nel cemento della Prenestina, per allargare la quale ne «segarono» una porzione, il cosiddetto Torrione (6) – di età augustea – era uno dei mausolei più importanti di Roma. È stato danneggiato durante la guerra, e a distanza di ottant’anni la camera sepolcrale non è ancora accessibile.

Le chiusure sono ovunque, anche sul Colle Oppio, prospicente l’area archeologica centrale, la più importante al mondo. La Cisterna detta «delle Sette Sale» (7) alimentava le Terme di Traiano, all’epoca le più grandi esistenti, ma poi era stata trasformata in luogo di sepoltura tanto che, quando nel ’67 fu scoperta, gli archeologi vi ritrovarono oltre mille scheletri. Un recentissimo bando della Soprintendenza ci dà una speranza di recuperare di questo mirabile esempio di ingegneria idraulica romana.
Anche un’altra cisterna romana è attualmente chiusa: si tratta di quella sulla via Colombo (8) (già Imperiale, scoperta proprio durante i lavori per la sua realizzazione), che fra l’altro è stata perfettamente restaurata.

Al lungo elenco dei monumenti mai aperti o chiusi da decenni si aggiungono quelli a quali, dopo la prima quarantena, non è stato più consentito l’accesso. Per esempio, la Soprintendenza Capitolina non ha ancora riaperto le Case Romane del Celio (9), che presentano ambienti perfettamente conservati di spiccato interesse archeologico, di cui tredici affrescati.

Teatro del peggior scandalo è sempre il Celio, anche se col citato Piano nazionale sorge l’aspettativa di una riapertura. L’Antiquarium comunale (10) fu costruito nel 1890 per custodire alcuni reperti archeologici, ma cinquant’anni dopo fu danneggiato irreparabilmente dai lavori per la metropolitana blu. Così, alcuni materiali furono spostati pochi metri più in là, nel Casino Salvi, risalente al 1835 ma in buono stato. Attualmente vi sono esposti un mosaico proveniente da una domus romana e alcuni affreschi scoperti in via Merulana, oltre a utensili, giocattoli e reperti vari. A oggi per accedervi serve un’autorizzazione, ma con i soldi dell’Europa dovrebbero «musealizzarsi» questo sito, la ex palestra dei vigili e la casina del Vignola, con riqualificazione del verde circostante e, finalmente, l’apertura al pubblico.
Allo stesso modo, i magazzini di importanti musei sono in pessime condizioni: fra gli archivi mai ordinati o comunque non visitabili, spicca il deposito delle Terme di Diocleziano (11), parte del Museo Nazionale Romano, ricco di reperti non esposti.

A Trastevere, sull’Excubitorium della VII Coorte dei vigili (12) ci sono i sigilli della commissione “stabili pericolanti”. Il sito aveva una destinazione insolita: per alloggiare il corpo di guardia, il governo locale dell’epoca affittò questi spazi da un privato. Ha destato l’interesse degli studiosi soprattutto per i graffiti alle pareti, uno dei quali recita: lassum sum successorem date, «sono stanco, datemi il cambio». Sono in corso lavori volti alla riapertura di cui tuttavia non è noto il termine.

Anche lungo la Salaria, appena extra moenia, si trova un mausoleo che nessuno conosce, quello di Lucilio Peto (13). È davvero difficile scorgerlo, dato l’aspetto di un normale prato, in realtà un tumulo. L’interno è accessibile solo a gruppi con guida e su prenotazione.

A San Giovanni, in via Taranto, si trovano due columbaria (14) – cioè sepolcri romani – in ottimo stato di conservazione: gli interni sono intonacati e decorati, in particolare la volta del secondo. Vi sono stati rinvenuti alcuni oggetti e corpi inumati.
Chiuso anche il colombario di via Olevano Romano (15), lungo la Prenestina, in quanto «protetto da un edificio moderno in tufo»: così il sito della Soprintendenza Capitolina. Dato anche il discutibile gusto estetico di tale «edificio», in realtà un capanno (fra l’altro completamente imbrattato), è auspicabile un sollecito intervento.

Al triste catalogo si aggiungono la misteriosa Domus Parthorum (16) ― della «casa dei parti» sita nel complesso delle Terme di Caracalla non si conosce in realtà la vera funzione ―, l’Ipogeo di Villa Glori (17), la latrina romana affrescata sotto San Pietro in Montorio (18), l’Acquedotto Marcio (19), la Catacomba di via Rovigno (20) (sempre sulla Prenestina), la Villa di Plinio il Giovane a Castelfusano (21), il Sepolcro romano di largo Talamo (22) a San Lorenzo, il Ninfeo dell’Uccelliera (23) in Villa Celimontana e la Tomba nel Bioparco (24), che ha avuto due sfortune: purtroppo è molto danneggiata, ma più grave è che la pittura ivi ritrovata e staccata è oggi custodita all’Antiquarium Comunale che, come visto sopra, è chiuso da decenni!

Sono solo esempi quelli che precedono. E poi, il catalogo difetta di una categoria intera, quella dei beni che rimangono accessibili in sole occasioni particolari: su prenotazione, in casi straordinari o addirittura solo con autorizzazione, condizioni queste che naturalmente disincentivano la visita ma che talora sono giustificate da motivi di sicurezza, mentre altre volte si devono semplicemente alla mancanza di una valida iniziativa dell’amministrazione. Fra questi l’Auditorium di Mecenate (25) – in realtà un ninfeo – sulla via Merulana, costituito di una sala affrescata che fece parte della residenza dell’influente consigliere di Augusto.

Sotto l’Ospedale San Giovanni, non lontano, riposa al buio un ipogeo. Si tratta del Ninfeo cosiddetto dell’Amba Aradam (26) e degli ampi ambienti attigui, di particolare interesse per i mosaici e gli affreschi del I-III secolo ben conservati.

Più sconvolgente è però, fra i siti inaccessibili, la Privata Traiani Domus (27), collocata sull’Aventino. Rectius, in ventre all’Aventino: vi si accede da un tombino in piazza del Tempio di Diana! La meraviglia nascosta si trova dieci metri sotto la strada, è fisicamente irraggiungibile se non tramite lo stretto pozzo in cui soli esperti possono calarsi. Ma è perfettamente conservata, e presenta cinque grandi sale interamente affrescate: fu la dimora privata di Traiano, che vi abitò prima di divenire imperatore. Come la stessa Soprintendenza di Roma ha dichiarato, rendere possibile l’accesso a questo monumento non è impossibile, ma per farlo sarebbero necessari molto lavoro e investimenti importanti: eppure, nulla sembra muoversi in tale direzione.

Chiuse non solo le aree archeologiche. Il Casino dell’Aurora (28) di Villa Ludovisi ― che deve il suo nome all’affresco del Guercino e i cui giardini lasciarono estasiati grandi poeti ― è attualmente chiuso al pubblico. Il sito, che ospita ex plurimis una pittura del Caravaggio, è di proprietà privata ma è gestito indirettamente dal comune di Roma. Pochi mesi fa è stato messo all’asta ma questa è andata deserta: sarebbe un’ottima occasione per esercitare il diritto di prelazione che spetta ex lege allo Stato in questo tipo di compravendite.

Solo su prenotazione si può accedere in sicurezza – per esempio – al Monte Testaccio (29), così come ai cosiddetti Trofei di Mario (30) in Piazza Vittorio e ai Sepolcri di Priscilla (31) e di via Bisignano (32) sull’Appia Nuova.

Come scavi, trovi. Nonostante la gestione dei suoi beni culturali lasci spesso a desiderare, Roma non smette mai di sorprendere: è letteralmente una miniera, come dimostra il risultato dei lavori per la realizzazione della stazione «Amba Aradam» della linea metropolitana. Durante gli scavi è infatti emersa quella che si ritiene la Domus del centurione (33), probabili castra dei “servizi segreti” dell’imperatore, abbandonati perché rimasti fuori delle mura. Gli ambienti intatti, con i mosaici e le anfore ivi rinvenuti, saranno esposti in quella che probabilmente sarà la più bella stazione al mondo (un esempio di stazione-museo è già a San Giovanni, sulla linea verde).

Roma è sempre Roma, una città che – comunque sia – offre ogni giorno dell’anno modo di partecipare a iniziative culturali di elevatissimo spessore, dislocati nel suo immenso patrimonio artistico. Bisogna inoltre dar conto che, per iniziativa delle autorità della cultura, statali e municipali, spesso a seguito di importanti restauri che ne hanno resa possibile la pubblica fruizione, si sono di recente inaugurati alcuni monumenti che sono stati chiusi al pubblico, in alcuni casi, per molti anni: si tratta della Domus Aurea (34) (riaperta solo parzialmente qualche mese fa), del Mitreo del Circo Massimo (35) e del Mausoleo dell’Imperatore Augusto (36).

In Italia, la cultura, come la scuola, è gestita in delirio burocratico, con scarsa consapevolezza del suo valore. Mentre molti paesi stranieri con una ricchezza culturale incomparabile alla nostra «monumentalizzano» tutto, noi, al contrario, ci lasciamo sfuggire dalle mani un patrimonio così vasto, non riusciamo a gestirlo e incuranti lo abbandoniamo, trasformando il tempo dal suo conservante naturale nella tossina che lo deturpa e talora distrugge.

Vuolsi così colà dove si puote. I più fra i beni passati in rassegna sono apparentemente «minori» in importanza. Si è detto che a Roma non vi fosse sufficiente personale per tenerli tutti aperti, anche se il vero motivo è probabilmente il timore di un bagno di sangue: mentre ci si ostina a voler applicare una logica aziendale alla pubblica amministrazione, la sorte dei beni culturali non può dipendere dai proventi che sono in grado di procurare agli enti gestori.

Serve una legge? Già la Costituzione promuove (art. 9) la tutela «del paesaggio e del patrimonio storico e artistico della Nazione», e puntualmente il codice dei beni culturali prevede che (art. 30) «ogni ente pubblico ha l’obbligo di garantire la sicurezza e la conservazione dei beni culturali di sua appartenenza» e, ancor più importante, che (art. 102) se ne «assicuri la fruizione». Nessuna nuova legge è necessaria, deve solo mutare una sensibilità: non possiamo quindi che augurarci – festina lente! – una gestione più aderente al testo normativo già vigente.

E poi c’è caput mundi ad accendere un faro di speranza. L’investimento di 500 milioni «per grandi eventi turistici» che ― come si legge sul sito ufficiale del Piano nazionale di ripresa e resilienza italiadomani.it ― punta alla «valorizzazione del patrimonio artistico e culturale di Roma e di luoghi (siti di interesse culturale, ndr) meno noti», con «l’obiettivo di sviluppare un modello di turismo sostenibile». L’intervento «aumenterà il numero di siti turistici accessibili, creando alternative (in periferia, ndr) alle affollate aree centrali». Ne stanno già beneficiando Roma Capitale, la Soprintendenza nazionale di Roma, i vari parchi archeologici e la Diocesi di Roma, che come in parte si è detto, hanno già bandito alcune gare.

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