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La politica, in Italia, dov’è?

Il bel Paese. Il Paese del sole, del buon cibo, delle miti temperature. Ma cosa si nasconde dietro uno Stato tanto bello
quanto marcio? Immaginiamo un secondo insieme. Ci svegliamo la mattina, ci apprestiamo a sorseggiare un buon caffè
Lavazza insieme al nostro bel cornetto preso la sera e impostiamo la nostra tv sul canale del tg1, pronti ad essere bombardati da importanti aggiornamenti riguardanti l’attualità del nostro Paese.
Effettivamente, la “politica” (dopo il calcio, mi sembra ovvio), è uno degli argomenti più trattati all’interno dell’opinione
pubblica italiana, sia nei suoi lati negativi, e sono tanti, sia nei suoi lati positivi, quei pochi che ci sono, si intende. E
quindi ci ritroveremo ora con un servizio che ci racconta di rapporti di uno dei nostri partiti preferiti di “destra” con
alcune cellule estremiste del nostro Paese, ora con un servizio su di un ex Capo di governo ed attuale senatore (di cui
non faremo il nome) ed ex segretario di un noto partito di sinistra che, in barba a probabili conflitti di interesse, dedica il
suo tempo a partecipare a conferenze sotto lauto compenso in Paesi diversamente democratici. Ci si chiede
ovviamente, alla luce di tutte queste notizie: ma la politica, quella vera, in Italia, dov’è?
Una cosa non difficile da notare è che, nel nostro Paese, scrivere di politica è molto complesso, soprattutto senza
essere relegato fin dalle prime righe ad uno o l’altro schieramento politico, liquidando in modo molto semplice la
discussione: “ah vabbé ma sei del (inserire partito politico al centro delle polemiche del momento), che ne capisci tu, di
politica”. Sapete cosa? Avete ragione, non ne capisco niente, ma di sicuro più dei nostri politici.
Vorrei partire da un assunto, che riprendo senza vergogna alcuna: “la politica è l’arte del compromesso”. Questa frase,
la cui paternità viene data al famoso PM di “Tangentopoli” Antonio di Pietro, ma che egli cita da una più complessa
espressione del compositore Franz Liszt, viene spesso considerata come una pigra giustificazione dell’ipocrisia e del
continuo stagnamento della nostra classe politica. In realtà, è solamente una grande verità. La politica è nata per
essere una
virtuosa sintesi degli interessi di un determinato numero di persone con interessi completamente diversi. Senza il
compromesso, soprattutto in un sistema elettorale tendenzialmente proporzionale come il nostro del 2018, come si può
pretendere di “fare politica”?
Questo, i politici della cosiddetta “Seconda Repubblica” (la cui fine ipotizzo con le prossime elezioni del 2022, le prime
dopo lo storico taglio dei parlamentari) non l’hanno mai imparato, cercando sempre di prevalere sugli interessi dei loro
avversari. Ciò ha comportato non pochi problemi per quanto riguarda i temi trattati dai leader dei partiti e non solo.
Consideriamo la nostra inesistente sinistra. Perché inesistente? Non difficile capirlo se si guarda a cosa è servita
storicamente e come è nata e cresciuta durante il 1900. La sinistra dei lavoratori, dei disoccupati, delle fasce più povere
della popolazione non esiste più. Non è possibile, ad oggi, ritrovarci una sinistra, sempre più dai caratteri “elitari”, che è
sinistra solamente nei riguardi dei diritti civili, sacrosanti ovviamente, ma non gli unici temi da trattare. Temi come
sicurezza sul lavoro, legislazione sui salari e la loro protezione dall’inflazione, ricambio generazionale grazie ad un
sistema pensionistico riformato e funzionante, sono solo alcuni di quelli che meritano una trattazione al pari di quella
fatta sul ddl Zan o ancora sull’assistenzialismo fatto male e di fretta per raccattare consensi, in risposta ad una destra
sempre più populista ed estrema.
Proprio quest’ultima, tutt’oggi, sta ricevendo forte consenso soprattutto, in modo paradossale, dalle fasce della
popolazione più in difficoltà, che hanno paura del loro futuro: “Quando la gente ha paura, vota a Destra”, come ci dice lo
storico Franco Cardini, ma una destra non intesa nel vero senso concettuale del termine che molti storici e politologi
giustamente gli appongono, ma una destra anti-elitaria e che spinge interamente su istanze populiste, e ripeto, sempre
più estrema, avvicinandosi sia per i diritti civili sia per le politiche interne ed estere ad un forte nazionalismo
conservatore che trova terreno fertile nell’assegnare colpe a nemici, che nei fatti non le hanno (almeno non tutte,
s’intende). Il tutto si ricollega molto all’età media eccessivamente alta del nostro Paese, elettorato preferito di questa
parte politica, e all’alto livello di astensionismo elettorale da parte dei giovani. Oggi noi non ci riconosciamo in quelli che
sono i nostri candidati politici, nei loro “ideali”, e si ha quasi paura di schierarsi dicendo “sono di destra” oppure “sono
di sinistra”. Dov’è quel centrodestra e quel centrosinistra proghessista, liberale ma attento ai lavoratori, che, grazie alla
sua ala moderata, riesce a scendere a compromesso con la parte contrapposta?
Ci sarebbe tanto altro da dire, come l’assenza di un centro che permetta di isolare i movimenti estremisti portatori di
odio e disprezzo verso il prossimo, una figura alla Giolitti che faccia del compromesso il nuovo trasformismo italiano,
unico modo per portare avanti un Paese rimasto vecchio, fermo e in forte crisi, sociale ed economica.
In sintesi quindi, con una sinistra inesistente, una destra-non-destra, un bipolarismo che ha favorito la scomparsa dei
centristi, e quindi una crisi della politica tutta, mi viene spontaneo pormi una domanda.
Ma la politica, in Italia, dov’è?

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